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mercoledì 2 novembre 2011

One night in Istanbul

Quella notte - quella in cui le zucche si animano di spiriti e le streghe si sentono libere, in cui tutti colgono l' occasione per trasformarsi in quello che non sono - ecco, quella è una di quelle notti in cui io non festeggio.
Quella notte di 14 anni fa mi ero vestita a festa e mi sono anche messa i brillantini sulle palpebre. Tutti mi guardavano male perché i brillantini non si usavano.
Quella - questa notte l' ho trascorsa a Istanbul, quest' anno. E ci ho pensato meno.
Mi sono fumata una sigaretta mangiando gelato e frutta, con due uomini davanti che si gustavano un sigaro.
(Quando il Moschettiere si fuma il sigaro, a me fa impazzire).
E poi mi sono avvolta in una sciarpa di maglia e pizzo che, a dire il vero a me non piaceva molto. Ma il Moschettiere ha detto che mi stava bene, con i capelli sciolti.
{In ogni caso, ci ho pensato meno, papà, ma ci/ti ho pensato}

mercoledì 1 settembre 2010

vagabondi

Quando e' morto mio padre, mia madre mi ha detto: "Se non ci fossi tu, incomincerei a vagabondare per il mondo".
I due volti di questa affermazione non mi hanno colto di sorpresa; da una parte mi e' sembrato semplicemente ovvio ( pur non avendo ancora la piu' pallida idea di cosa significasse un figlio per una madre ) che lei stesse con me; non avevo nemmeno 20 anni. Ma allo stesso tempo, se mi avesse detto che sarebbe partita per il Tibet, piuttosto che Brasile o Nuova Zelanda , non avrei provato rancore, ne sono sicura. In fondo e' quello che avrei desiderato anche io al suo posto. In fondo e' quello che anche io ho desiderato in quel momento.
Ed e' quello che dicevo sempre al papa' di Francesco prima di ogni ecografia: "Giurami che se qualcosa dovesse andare male, partiremmo all' istante. Dimmi che prenderemmo l' aereo e scapperemmo ovunque". E lui: "Si'".
Per farmi stare tranquilla, non perche' lo avremmo fatto veramente.
E' anche quello che avrei voluto fare uscita dal tribunale, dopo aver giurato che il mio matrimonio era finito.
Sarei andata a casa a prendere Francesco per poi dirigermi all' aeroporto.
Ecco, noi ci leghiamo alle persone - fin troppo -, ma vorremmo prenderle e portarcele in giro per il mondo. Come se in altri luoghi nessuno potesse ricordarci che altre persone - altri amori - non ci sono piu'.
Come se lontano si annullasse tutto. Come se ogni viaggio ci aiutasse a percorrere una tappa della nostra vita.
Non e' una fuga la nostra. Non andiamo via per scappare.
E' un bisogno fisiologico, o piuttosto questione di genetica. Il nostro dna ha radici aeree, come quelle di certe piante tropicali.
Io come mia madre, Francesco come me. E come lei.
Ieri sera e' tornato dopo quindici giorni in cui e' stato in tre case e mille luoghi diversi. Come se niente fosse. E' arrivato con la stessa naturalezza con cui ha preso l' aereo per la Scozia e con cui, al ritorno, e' sceso e si e' messo nelle braccia di suo padre.
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Ieri sera mi ha chiesto di ripartire.
Sara' un grande viaggiatore. Anzi, lo e' gia'.
Foto: Francesco durante il suo primo volo in aereo.

lunedì 22 febbraio 2010

che brutto avere la testa piena e non notare i fiori che nascono

In campagna sono spuntate le prime primule e io non me ne ero nemmeno accorta. Me le ha portate il moschettiere. Che brutto avere la testa piena e non notare i fiori che nascono. Me la immagino dentro: vedo tanti piccoli pasticceri che farciscono le pieghe del mio cervello con la crema. Dovrebbe pesare di più, quindi. E ancorarmi alla terra. Invece no. Io che adoro il suo profumo, che vivrei con le mani dentro a cercar lombrichi e spiare semi che dormono, non riesco a stare attaccata alla mia amata terra. Sarà per i tacchi 12? Non credo.

Ho seminato l' aquilegia ( non è meravigliosa? ) nella speranza che si aggrappi alle pertiche che pianterò nel terreno. Magari prima devo piantarle queste pertiche, se no come fa ad attaccarsi, povera aquilegia. E' come se sapessi che devo farlo ma non lo faccio. E' come se sapessi cosa devo fare ma non riesco a farlo.

Però in realtà non so cosa devo fare. Il mio futuro è nelle mani di persone che hanno abitato il mio passato. Ma non ho scheletri nell' armadio. Ho sempre sbattuto tutto fuori, alla luce del sole. Non sono una persona riservata, pudica. Le macchie sui miei panni sporchi le hanno sempre viste tutti i vicini. E non solo. Nonostante questo, è come se mi sentissi una ladra. Come se nella mia scatola segreta, anzichè conservare biglietti, fiori, ricordi, tenessi bugie e menzogne. Come se.


Anche Francesco ha una scatola. Da quando è nato. Avrei tanto voluto che mia madre avesse cercato di trattenere il suo, il mio passato. Invece sembra tutto sfumato. Avrei voluto una scatola con i biglietti dei treni che prendevano i miei genitori, un nastro per i capelli di mia madre, una lettera. Magari quella che legge in questa foto messa di traverso.

Avrei voluto che non si fosse difesa dalla sofferenza con il muso duro. Ma forse per lei è stata l' unica arma che aveva a disposizione.

Io, che in generale sono molto fisica, a volte vivrei solo di parole e pensieri, problemi e sogni. Vorrei spiegazioni, certezze, soluzioni immediate. Vorrei un libretto di istruzioni per i sogni. Non per i problemi, per i sogni.

Ma ha sicuramente ragione il moschettiere, quando viene a prendermi in cima ad una collina solo per abbracciarmi. Senza dire niente.

Ci credo. Basta guardarmi negli occhi per vedere cosa penso.

Sono come un libro aperto. Basta azzeccare la pagina ( E qui sta il bello ).

martedì 16 febbraio 2010

l' amore ai tempi della scuola

Nella mia scuola delle superiori un gran bel muro - e un minuscolo corridoietto - separavano le sezioni del primo e secondo anno da quelle degli ultimi tre anni.

Fin dai primi giorni la cosa era stata chiara; persino sul piazzale davanti alla scuola la divisione era netta: da un lato giovani e spauriti "primini" e "secondini" che arrivavano dalla fermata del pullman portando enormi zainoni invicta e venivano a scuola con la tuta il giorno in cui c' era educazione fisica. Dall' altro, ragazze taccate che si facevano dare un passaggio sul vialone d' entrata da quelli dell' ultimo anno che già arrivavano in macchina.

Così - appunto perchè la divisione era così netta - il giorno di seconda superiore in cui il G., che frequentava la quarta, mi degnò di uno sguardo, fu memorabile. Non tanto per il suo gesto, quanto perchè io diventai rosso porpora ma un rosso porpora talmente settecentesco che la prof di arte voleva farmi un ritratto.

Pochi giorni dopo il G. bussò alla porta della mia classe e chiese al prof di religione ( merda! proprio in quell' ora doveva arrivare??? ) se "la Paola" poteva uscire un secondo.

Penso che degli sguardi così penetranti addosso non li abbia mai più sentiti. Io, timida come una cozza appena aperta, mi sono alzata e ho camminato con la testa piegata cercando di ignorare gli occhi fissi su di me. Cioè, o il mondo era impazzito e cominciava a girare al contrario oppure solo il G. era impazzito. Ho optato per quest' ultima ipotesi quando, rientrando in classe inseguita dalla prof di arte che continuava a supplicarmi di posare per un ritratto visto il mio colore sempre più intenso, le mie compagne di classe hanno iniziato a guardarmi con un odio tale che avrei voluto andare a seguire matematica nell' aula accanto ( e con questo ho detto tutto ). Il mondo stava girando sempre allo stesso modo.

Il G., quel giorno, era venuto a salutarmi perchè partiva per la gita. Quando tornò mi chiese di uscire, ci frequentammo per un mesetto e poi mi lasciò. Per la gioia delle mie perfide compagne di classe. Il mondo continuava a girare dalla stessa parte.

Io piansi sul letto di mia madre per un' ora intera. Poi mi ripresi, mi alzai e pensai che, in fondo, non era successo nulla di grave. E non lo chiamai mai più. Pensai di essere una figa. Una di quelle "donne" che gli uomini se li mangiano, insomma.

Pensai. Perchè quando mesi dopo, ormai in terza, O. - stesso anno mio - mi mollò per la sua compagna di classe tettona, cominciai a dubitare di essere una figa. Perchè caddi in uno stato di depressione tale che persino le poesie del Petrarca mi facevano piangere. Per non parlare del Decamerone. E - uuuuhhh - la Divina Commedia. Uno strazio. Odiavo Dante che amava Beatrice. E Paolo e Francesca, così lussuriosi.

La mia Smemo era ormai diventata alta 30 centimetri. Ci mettevo di tutto: ritagli di ogni sorta, sigarette spente da O. davanti alla fermata del pullman, lettere di legno, ciocche di capelli. E in mezzo a 'sto casino, scrivevo le mie pene d' amore. Le pagine che facevo erano diventate un po' una moda e le altre ragazze mi chiedevano di compilare le loro. Ma la loro era una vita piatta, senza sofferenze amorose. Così non mi divertivo molto.

I libri - che mia madre ancora oggi conserva in cantina - avevano "O" da tutte le parti. Contornate da margheritine ( sì, ero già conciata male ). Ci mancava poco che inserissi anche un "pop-up" con la foto di O. in mezzo a quello di storia e geografia.

Poi O. è stato dimenticato. L' ho rivisto poco dopo essermi sposata e mi sono detta che di uomini non capivo un' emerita fava di niente.

Così, come da "grande" ho rivisto F.B.

Grazie a lui, il fatto di andare in quella scuola mi era sembrato meno orribile. Io avrei voluto fare il liceo artistico, ma i miei genitori non hanno approvato. Nell' estate tra la seconda e la terza media, però, in vacanza con i miei a Ibiza ( a Ibiza con i mieiiii!!! ), loro avevano conosciuto la madre di questo F.B.

E io mi sono innamorata perdutamente di lui. Per anni, a metà esatta della Smemo ho nascosto la sua foto in costume.

Saputo che lui frequentava proprio quella scuola vicina a casa, ho pensato che non era poi così male. F.B. non mi ha mai cagato di striscio, nemmeno per quei 30 giorni in cui ero la prediletta di G. ( della quarta, eh? ).

Anni e anni dopo, alla 30ma settimana di gravidanza l' ho beccato in un locale dove ero andata a prendere un aperitivo. Ci ha pure provato. Volevo dirgli: "Ma brutto pirla, ti sono morta dietro per anni! Per anni!!! Avrei anche rinnegato G. per te! E O.! E ora ci provi mentre io ho un pancione che se ti tocco dentro cadi??? "

Invece non gli ho detto niente. Mi sono anche un po' lasciata corteggiare. Era la mia piccola rivincita. Mi ha definito il brutto anatroccolo che diventa cigno. Anche qui volevo dargli del brutto pirla. Ma ho continuato a farmi corteggiare. Finchè mio marito è arrivato e mi ha svegliata dal sogno.

L' amore ai tempi della scuola è bello. E' bello perchè è melodrammatico. E' bello perchè puoi scrivere sulla Smemo. Andare al parco d' estate a studiare e baciarti. Salire sul pullmann con lo zainone Invicta e scrivere con il pennarello indelebile "O. ti amerò per sempre", con il cuore alla fine.

"The best way to love people is not to need them. That's the purest love" ( Il modo migliore per amare qualcuno, è di non sentirne il bisogno. Questo è l' amore più puro ).

Io ho e ho sempre avuto bisogno delle persone che amo. Ma a me il mio amore sembra puro.

foto scattata al parco di Monza nel maggio del 1993 durante un pomeriggio di "studio" ( avevo 16 anni ). Notare la catenella all' ombelico, una tamarrata impressionante. E il bracciale rigido sul braccio?

Questa era l' estate in cui O. mi ha mollata per la tettona. Lo trovai veramente molto ingiusto. Avrò anche avuto poche tette, ma compensavo con catenella ( con il delfino attaccato a ciondolo ) e bracciale rigido.

domenica 17 gennaio 2010

al chiar di luna - pesantezze tra le luci dello showroom e la nebbia di Milano

sì, lo so, è giorno, non c' è la luna.
e io sono in showroom: un' altra campagna vendite, un' altra presentazione alla stampa, un' altra sfilata, un' altra sfilza di persone pretenziose da accontentare.
quanto mi è diventato stretto questo mondo di stracci? quanto poco mi interessa porgere un capo parlando della mano pregiatissima del tessuto di cui è fatto? stare attenta all' etichetta, a come mi porgo, parlo, muovo, siedo?
domande retoriche ovviamente.
veramente anche prima non me ne poteva fregare di meno. però ero una ragazzina abbagliata dalla leggerezza di questo mondo, che arrossiva ad uno sguardo. e che amava fermarsi a sistemare la collezione fino a mezzanotte e, come se fosse mezzogiorno, girava a piedi nudi per lo showroom mentre gli stilisti mettevano Barry White e ballavano.
ora invece, chiusa in questa gabbia dorata, alla donna che sono oggi, sembra di stare al chiar di luna. troppe preoccupazioni. troppi pensieri per poter stare sulla superficie di questa tavola imbandita di leggerezza. troppi affetti a casa. troppa volgia di stare con Francesco oggi che è domenica. troppe immagini di sofferenza estrema che da un oaio di settimane albergano nella mia mente.
troppe menate per riuscire a vedere che fuori è giorno. oggi ho l' impressione di uscire e vedere la luna.
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Milano questa mattina sembrava più bella del solito. L' ultima volta che ci sono venuta, settimana scorsa, ero reduce dall' India e in preda all' influenza vomitina, e l' ho attraversata per presenziare alla presentazione stagionale della mitica collezione.
vabbè, dire che ero presente è una parola grossa. sono arrivata come un automa e in preda ai conati mi sono trascinata fino ad una sedia. da qui ho fatto violenza su me stessa per scrivere tutto quello che si stava dicendo perchè penso di non aver capito il senso di una sola parola da quanto mi sforzavo di non vomitare in faccia al direttore commerciale.
ah, la moda. ah, Milano.
la città in cui sono nata. e che un po' ho rinnegato.
ma l' ho fatto per lasciar spazio alla campagna, che già premeva nel mio cuore per allargarsi dentro di me.
il Moschettiere, poi, con un colpo di spada ci ha messo un secondo per portarmi nel suo mondo. di prati, boschi, fiori. di un cielo che a Milano te lo scordi. perchè è pieno di stelle.
e poi la luna. quella luna che solo pochi giorni fa guardavo dal cortile di un haveli ai confirni del Rajastan.
ci mancava anche l' India. che già pensavo poco io.
Mamma quanto sono pesante oggi ... ( ci sono i clienti oggi che fanno a gara per lavorare con me, da quanto ho la faccia simpatica e accogliente ).
Al chiar di luna
Calma, calma questo cuore agitato
tu, notte tranquilla di luna piena.
Troppe gravi preoccupazioni,
più e più volte gravano sul mio cuore.
Versa tenere lacrime
sopra brucianti pene.
Con i tuoi raggi argentati,
portatori di sogno e di magia,
morbidi come petali di loto,
o notte, vieni, accarezza
tutto il mio essere
a fammi dimenticare
tutte le mie pene.
Rabindranath Tagore
p.s. nella foto cartello fotografato per le strade di Nuova Delhi

giovedì 16 luglio 2009

mi sento una vecchia - ma almeno vestita bene


L' altra sera ero seduta sul treno del ritorno a casa.

Di fronte a me due ragazzine che credo non abbiano avuto più di tredici anni. Avevano addosso talmente tanti gioiellini colorati, rotondi, plasticosi, che sembravano dei negozi ambulanti di caramelle gommose.

Entrambe portavano quella nuova pettinatura con il ciuffo di traverso che copre tutta la fronte ma tipo sberla e avevano gli occhi truccati del colore che quando lavoravo in Ballantyne chiamavamo "eyeshadow", cioè "ombretto", perchè è quell' azzurro un po' pastelloso e madreperlato che ricorda proprio gli ombretti anni '50.
Magliettina aderente con scritta un po' art-decò, jeans strettissimi e ballerine.
Niente, le tipiche ragazze milanesi di adesso.
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Comunque, una dice: "Senti, ma ... domani che fai?"
L' altra: "La mattina dormo, al pome cazzeggio e la sera bordello"
Fin qui, niente di che. Ho capito il significato.
La prima riprende: "Ma l' hai più sentito XXX?"
L' altra:" Sì, ma non mi prende per un caxxo"
La prima:" Ma sì, che caxxo te ne fotte ... è un morto di figa"
!!!???!!!
Ma cosa vuol dire? Sono io che sono rimasta indietro o è normale non capire?
Istintivamente, ho guardato il signore che era seduto di fronte a me, che ha fatto anche lui la faccia di quello che non aveva capito niente. Peccato che lui avrà avuto almeno settant' anni ( e infatti non avrà capito nemmeno le prime due righe ).
Improvvisamente mi sono sentita vecchia.
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A parte che io ho avuto l' "autorizzazione" a dire parolacce quando ho compiuto diciottanni. Tutto in proporzione, perchè i buchi alle orecchie mi hanno permesso di farli a sedici ... poi mi sono lanciata, eh? Piercing, tatuaggio ... e basta, dai. Cose che non rifarei. Ma ormai ci sono.
Poi mio padre, se a tredici anni mi fossi presentata conciata in quel modo, mi avrebbe fatto rientrare in casa e cambiare. Mentre mia madre è sempre stata più sugli abbinamenti. Secondo lei già da adolescente avrei dovuto abbinare intimo e t-shirt, eventuali gioielli e camicetta. Che ansia.
Tant' è che una volta mi ha fatto fare una gran figura di merda in cortile con i miei amici. Lei era uscita e io mi ero vestita come volevo io, finalmente, anche per attirare l' attenzione del tipo che mi piaceva. Lei è arrivata e davanti a tutti mi ha detto: "Paola, ma come ti sei vestita? Non si abbinano MAI ( calcato con la voce ) fiori e righe".
Come se avessi combinato chissà cosa.
In effetti, però, fiori e righe ... ma io anticipavo la moda, visto che ora tutti lo fanno in sfilata, no?
Rientrata in casa mi ha fatto una romanzina sui colori, su quali stanno bene con cosa, ecc. ribadendo SEMPRE il concetto che "per ben apparire bisogna soffrire". E allora giù con le lezioni di camminata perchè secondo lei facevo i passi troppo lunghi ( e continuo a farlo ), con le spiegazioni su come ci si pettina, ci si depila, ci si fa la manicure ...
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Comunque, alla luce di tutto questo, sarò anche rimasta indietro col vocabolario, ma in quanto a vestiti, scarpe e cura del corpo, ho avuto una gran maestra.
E infatti le due tredicenni hanno guardato i miei sandali e mi hanno detto: "Fighe 'ste scarpe! Ma come fai a camminare con dei tacchi così alti???".
E io: "Beh, per ben apparire bisogna soffrire, ragazze. Ricordatevelo sempre. Io alla vostra età magari mi vestivo ancora da Prenatal, ma portavo già delle grandi scarpe."
E me ne sono scesa dal treno ridendo e pensando che in realtà a tredici anni passavo le sere a ballare davanti allo specchio sognando di portare i tacchi di mia madre, di ingioiellarmi tutta e di vestirmi come Audrey Hepburn ( si, di già ).
Mentre loro la sera si vestono da negozi ambulanti di caramelle gommose e fanno "bordello" ( però non con i "morti di figa", eh? ).
nella foto: le scarpe del treno ...

venerdì 3 luglio 2009

spice cousins

Come in tutte le famiglie, anche nella mia c' erano - e ci sono - i parenti da parte di mamma e quelli da parte di papà. In tutto, tipo 10 persone o giù di lì. Meglio.
I parenti di papà, composti da una sola famiglia di 4 persone, sono sempre vissuti in un loro limbo, molto riservati e non amanti delle feste. Ogni tanto, il sabato, andavo a trovarli con i miei genitori nella loro casa di Milano e trascorrevo il pomeriggio seduta sul divano del loro immacolato appartamento situato in un immacolato condominio con un immacolato giardino, dove comparivano ovunque cartelli che impedivano ai bambini di calpestare le aiuole e girare in bicicletta. Pregavo che i miei non si ammattissero tutto d' un tratto e decidessero di acquistare una casa così.
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Poi c' erano - e ci sono - i parenti da parte di mamma, che io considero la mia vera famiglia.
Qui una premessa è d' obbligo: mia mamma è originaria della ridente Val Camonica, in provincia di Brescia, una zona in cui uno può anche essere agonizzante ma deve sempre avere davanti il piatto di salame nostrano e bicchiere di vinello in mano. No, anzi, di grappa.
E il burro. Ohhh, il burro. Quanto me ne hanno fatto mangiare. Con i casoncelli, con il pane. Insomma, a 14 anni avevo il colesterolo alto. E ho dovuto stragiurare al dottore che la sera prima di fare gli esami non mi ero bevuta 5 birre ( perchè diceva che la birra alza il colesterolo ... vabbè. ).
Durante i nostri pranzi di famiglia se non si cantava non era festa. E se le mie cugine più grandi portavano a casa un nuovo fidanzato, quest' ultimo era accolto dagli uomini della famiglia con il coltello del salame puntato alla gola che veniva tolto solo dopo avergli strappato una serie di promesse. Giuro. Tutto per ridere, ma il povero malcapitato lo sapeva solo alla fine.
Una famiglia di risate, arte, cibo, musica.
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E pensare che le mie cugine mi hanno sempre preso per il culo per il mio accento cittadino e i miei modi da fighetta. Eravamo 5 cugine femmine e, se ai tempi fossero già esistite le spice girls, io sarei di sicuro stata paragonata alla posh spice. Talmente posh che, essendo la penultima ( e l' ultima era troppo picola per giocare), ero quella che doveva sempre fare la conta, che se sbagliava a dire una parola veniva presa in giro per anni, che non trovava i colori impossibili di strega-comanda-color. Insomma, non potevo di certo menarmela come la posh spice, visto che alla fine ero la più goffa.
Ah, ma crescendo mi sono rifatta, eh? Me le sono prese le mie belle rivincite.
Non è vero. Ancora adesso mia cugina Barbara mi guarda e ride ricordando una volta in cui, a sei anni, anzichè dire chewing-gum ho detto ciunghia.
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Dalle mie cugine ho imparato un sacco di cose utili: a fumare, bere la birra, limonare con i ragazzi. Ogni estate trascorsa da Barbara, che mi precedeva di soli 2 anni e da cui trascorrevo parte delle mie vacanze estive, era una nuova conquista. E la cosa più bella era che mia madre era felicissima di allontanarmi dai "pericoli milanesi", convinta che in provincia - la sua provincia - i ragazzi organizzassero gite in montagna per studiare la flora locale.
E poi il mio fascino da milanese conquistava, eh? Altro che ciunghia e strega-comanda-color.
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Scherzi a parte, durante le trasferte, negli anni, ho anche imparato a conoscere la musica: erano i tempi in cui andavano gli U2 di "The Joshua Tree", così come Sting, Prince, Sinead O' Connor. Mia cugina Sonia passava le ore a creare dei mix ( le ho ancora quelle cassette con la scitta in pennarello "REMIX '87" ) e a sognare l' Irlanda.
Una volta mi ha letto tutto d' un fiato "Il piccolo principe". E il giorno dopo "Racconti" di Edgar Allan Poe. Un po' eclettica, eh? E' grazie a lei e al racconto del gatto che è stato trovato sopra la testa di una donna morta e murata in una cantina che io non scendo MAI dopo le 4 del pomeriggio in un seminterrato.

Questo post è dedicato alle mie cugine, che per me, figlia unica, sono state delle sorelle maggiori. In particolare, a Sonia , che ormai vive da anni nella sua amata Irlanda e che mi ha girato questo premio.
Sonia che è un' artista e che ama la vita semplice di Dublino, la musica, il vintage, la fotografia, Hemingway ( tanto che nella sua stanza c' era una sua foto e io da piccola pensavo che fosse il nonno ).
Sonia che faceva finta di essere la moglie di Bono Vox, mentre la sua migliore amica era quella di Larry Mullen.
Tra poco, Sonia, torno a trovarti. Promesso.
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Giro il premio a Snezana , perchè anche lei è un' artista. E brava anche. E poi oggi ho sbirciato "da lei" e ho visto che è in vena di premi e regali ...

lunedì 25 maggio 2009

cuore di ragazzina


Sono sempre più convinta che non sia giusto farsi sorprendere dalla cattiveria, ma solo dall' intelligenza; per questo, qui avevo promesso a me stessa di seguire questa logica e sedermi su un gradino più alto a tirarmela.
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Ma poi la delusione ha bussato ancora alla mia porta, con l' ennesima sberla, con l' ennesima doccia fredda. E, pur trattandosi di cattiveria, eccome se mi ha sorpresa.
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Un po' con le lacrime, un po' con le palle, ho affrontato anche questo.
Arrivando a sera con la voglia di rimettermi i panni di quando ero bambina e avevo il cuore a mille mentre aspettavo che chi aveva fatto la conta venisse a cercarmi ... mentre guardavo la palla che arrivava e dovevo prenderla per forza, per fare bella figura con il tipo con la bmx.
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Ho giocato a palla asino, a nascondino, a rotolare sulle balle di fieno. Ho cercato le rane nel fosso, mi sono fatta tirare le spighe tra i capelli.
Ma non mi sono sentita una bambina con l' ingenuità di chi non sa come va la vita, no. Mi sono sentita matura e un po' stanca. Ma con il cuore leggero di una ragazzina.
Sì, mi farebbe proprio piacere essere definita così, una ragazzina. Magari con gli occhi che brillano.
nella foto: riga di scarpe per delimitare il campo di gioco ...indovinate quali sono le mie scarpe da ragazzina ...

venerdì 8 maggio 2009

il nostro mare

L' altra sera ho portato Francesco dal dottore per un brutto mal di gola.
Al ritorno, in macchina - erano le 20.45 circa - pensavo che ho fatto proprio bene a trasferirmi.
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Da piccola aspettavo con ansia il giorno in cui sarei andata a trovare i parenti in cascina, tra galline, aie aperte, polverose e solari. Io vivevo in città e mi ricordo come se fosse ieri il giorno in cui i miei zii erano venuti a trovarci, proprio durante una festa cittadina. Ricordo la loro sorpresa nel vedere che per noi festa significava poter passeggiare per la via centrale senza macchine, per un giorno intero.
No, per un bambino la festa non deve essere quella.
Festa è ... vedere decine di trattori ogni giorno di cui fare l' elenco la sera, andare a trovare le mucche nella stalla, poter correre libero, raccogliere lappi, margherite e papaveri, credere che le risaie siano un mare in cui tuffarsi in mezzo al riso che sta nascendo. Il nostro mare.
Buona festa, amore.
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p.s. la foto è stata scattata in 1 nano secondo, visto che Francesco non ama fermarsi. Per lui la macchina deve sempre andare, anche con i semafori rossi. Per protesta ha buttato il suo amato ciuccio fuori dalla macchina.
Io: " Francesco, a parte che posso anche fermarmi con la macchina se voglio, eh? E poi, non buttare il ciuccio per terra, se no ti prendi un altro bel virus e un' altra bella febbre"
Lui: " Chi te ne fega, tanto te l' ho dià" ( "chissenefrega, tanto ce l' ho già" )
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Tre anni a luglio, eh? Ma da chi le impara queste cose??? Ah, già. Da me.

martedì 5 maggio 2009

I bambini sono di sinistra



" I bambini sono di sinistra. Di sinistra, sì, nessun dubbio. Non soltanto per i pugnetti stretti in segno di protesta.
I bambini sono di sinistra perché amano senza preconcetti, senza distinzioni.
I bambini sono di sinistra perché si fanno fregare quasi sempre. Ti guardano, cacci delle balle vergognose e loro le bevono, tutti contenti. Sorridono, si fidano. Bicamerale! Sì, dai!
I bambini sono di sinistra perché stanno insieme, fanno insieme, litigano insieme. Insieme, però.
I bambini sono di sinistra perché se gli spieghi cos'è la destra piangono.
I bambini sono di sinistra perché se gli spieghi cos'è la sinistra piangono lo stesso, ma un po' meno.
I bambini sono di sinistra perché a loro non serve il superfluo.
Sono di sinistra perché le scarpe sono scarpe, anche se prima o poi delle belle Nike o Adidas o Puma, o Reebok, o Superga gliele compreremo. Noi siamo No-Logo, ma di marca!
I bambini sono di sinistra malgrado l'ora di religione obbligatoria.
I bambini sono di sinistra perché comunque, qualsiasi cosa tu gli dica che assomigli vagamente a un ordine, fanno resistenza. Ora e sempre.
I bambini sono di sinistra perché occupano tutti gli spazi della nostra vita.
I bambini sono di sinistra perché fanno i girotondi da tempi non sospetti.
I bambini sono di sinistra perché vanno all'asilo con bambini africani, cinesi o boliviani, e quando il papà gli dice "vedi, quello lì è africano", loro lo guardano come si guarda una notizia senza significato.
I bambini sono di sinistra perché quando si commuovono piangono, mentre noi adulti teniamo duro, non si sa bene perché.
I bambini sono di sinistra perché se li critichiamo si offendono. Ma se li giudichiamo non invocano il legittimo sospetto, e se li condanniamo aspettano sereni l'indulto che prima o poi arriva: la mamma, Ciampi, il Papa.
I bambini sono di sinistra perché si fanno un'idea del mondo che nulla ha a che fare con le regole del mondo.
I bambini sono di sinistra perché se gli metti lì un maglioncino rosso e un maglioncino nero scelgono il rosso, salvo turbe gravi - daltonismo o suggerimento di chi fa il sondaggio.
I bambini sono di sinistra perché Babbo Natale somiglia a Karl Marx. Perché Cenerentola è di sinistra, perché Pocahontas è di sinistra. Perché Robin Hood è di Avanguardia Operaia e fa gli espropri proprietari.
I bambini sono di sinistra perché hanno orrore dell'orrore. Perché di fronte alla povertà, alla violenza, alla sofferenza, soffrono.
I bambini sono di sinistra perché il casino è un bel casino e perché l'ordine non si sa cos'è.
I bambini sono di sinistra perché crescono e cambiano.
I bambini sono di sinistra perché tra Peter Pan e Che Guevara prima o poi troveranno il nesso. I bambini sono di sinistra perché, se ce la fanno, conservano qualcosa per dopo. Per quanto diventa più difficile, difficilissimo, ricordare di essere stati bambini. Di sinistra, poi."
Claudio Bisio.
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Beh, io mi ricordo benissimo di essere stata una bambina, e di sinistra. Anche perchè, per evitare che mi dimenticassi di esserlo stata, mia madre tornava dal lavoro tutti i giorni con un garofano rosso nell' asola del tailleur. Stava da Dio con il filo di perle. Che chic.
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Comunque, per la cronaca, ieri sera una signora ha indicato Francesco con il dito dicendo alla persona che era con lei: " Guarda, un piccolo Che in miniatura!".
A parte la field jacket verde militare e l' aria da combattente, non vedo molta somiglianza tra mio figlio e il Che. Però ... come mi sono gasata, orgoglio di mamma. Oggi gli compro il basco. Il ciuccio fà da sigaro.

venerdì 17 aprile 2009

il tempo, le distanze e le cose che si muovono in segreto

Ma nulla è costante. In segreto, lentamente, le cose si muovono. In meglio o in peggio. Basta aspettare.
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Belva Plain

Spesso nella mia vita ho desiderato la staticità. Spesso, ma non per lunghi periodi, solo per pochi istanti. Pochi istanti in cui ero convinta che stando ferma in un punto la felicità mi avrebbe raggiunto. Ma poco dopo, senza nemmeno testare questa teoria, la mia indole "avventuriera" mi riportava alla realtà, la mia realtà, quella di una bambina, ragazza, donna che ferma non sa stare, che non ha la pazienza di aspettare che le cose si muovano, in segreto, lentamente.
Nella mia vita ho sempre cambiato velocemente, per mia volontà o per caso ( o anche culo a volte ): ho deciso di sposarmi in dieci giorni e di assaporare questa felicità intimamente, su un' isola tropicale a cinquemila kilometri di distanza perchè mi sentivo libera e felice di avere un segreto; ho desiderato un figlio e solo dopo un mese ho visto le fatidiche due lineette colorarsi di rosa; ho voluto rendere partecipi i miei cari della gioia della creazione di una nuova famiglia organizzando l' evento in un solo mese allattando, svezzando e non dormendo ... ma ... quando ho deciso di lasciarmi tutto alle spalle ho aspettato troppo. E gli eventi mi hanno travolta troppo in fretta. Quel che erano le mie sensazioni di mesi sono state portate via in un istante in una stanza di tribunale che sembrava il salotto di Ronald Reagan. Così freddo, così preciso, così standardizzatamente americano ( lo so, lo so, capisco che non avrei potuto aspettarmi maschere africane appese alla parete o lampade vintage degli anni '50 comprate da "chiediallapolvere" ).


Tutti questi passi, questi scalini da salire sono stati accompagnati da persone diverse, che andavano, venivano, giravano intorno a me. Quasi mai le stesse nello stesso momento. O meglio, le stesse persone ma a distanze diverse.


Chissà come mai quando sei giovane e guardi "Sex and the city" sogni di vivere a New York ( quello anche adesso, tutta la vita ), avere tre amiche con cui andare a fare shopping, fare lunghe colazioni, raccontarsi del sesso della notte prima e farti accompagnare ovunque, ad una visita medica, in ospedale perchè hai le doglie, in tribunale perchè ti stai separando.

Ma poi cresci e ti rendi conto che già abitando nell' hinterland milanese parti svantaggiato e il sesso è molto più deludente di quanto avessi immaginato da adolescente e non hai di certo voglia di raccontarlo la mattina dopo.

E poi le grandi svolte della tua vita, che decidi di vivere da sola, perchè ti senti forte, perchè spiegare quello che provi è troppo complicato e ti vergogni anche a pensarlo, perchè le distanze sono cambiate, le pedine si sono spostate, perchè salire i gradini del tribunale da sola è quello che ti serve in quel momento per trovare la forza.

Non è come in "Sex and the city", no. Dove le quattro amiche buttano fuori tutti i loro sentimenti davanti alle frittelle della colazione.

E' vero, le mie amiche, a distanze diverse, ci sono sempre state. Mi hanno capita nel mio strano modo di essere, quando mi sono sposata in segreto, quando ho gridato a gran sospresa di essere incinta ( nessuno se l' aspettava visto che Francesco è stato concepito tra un viaggio in Sud Africa e un altro in Brasile ), quando mi sono "risposata" e l' ho dichiarato talmente poco tempo prima che loro, le mie testimoni, non sono nemmeno riuscite a trovare un abito uguale come avevo chiesto e ...
e quando ho deciso di affrontare da sola il buio dei miei dubbi.
Le mie amiche ci sono. Ci sono come c' erano allora.

Se Marta mi ha truccata al mio matrimonio, Laura mi ha sgridata perchè "non potevo andare in chiesa a piedi" o, ancora peggio, senza calze; se Marta mi ha piazzato in faccia la cruda realtà tante volte, Laura mi ha suggerito di guardare solo l' amore e di non soccombere mai se c' è quello e solo quello; se Marta mi ha accompagnato spesso per mercatini vintage, Laura ha scoperto con me la Milano degli anni '90 e le sue discoteche che a noi sedicenni volevano dire di no; se Marta mi regala una lettera, Laura mi regala una telefonata; se Marta aspetta di prendere l' aereo per andare dal suo amore lontano, Laura aspetta a casa il suo centauro; se Marta l' ho conosciuta perchè all' esame di Russo I aveva degli stivaletti davvero belli, Laura era la mia amica dei week-end da diciottenni a Iseo con la maglia comprata assieme e la foto con le mani sotto al mento. Forse l' unica foto in cui sorrido, mannaggia ai miei zigomi.

Anche adesso si trovano a distanze diverse da me. E mi dicono cose diverse, guardandomi e parlandomi diversamente.

In segreto, lentamente, ci muoviamo e ci giriamo intorno, come ciò che ci succede. Nel frattempo altri uomini, altre amicizie, altre storie si affacciano sulle nostre vite. Staremo a vedere.

Una cosa però lasciatemela dire ragazze: come testimoni portate proprio sfiga. Anche a causa vostra ora mi ritrovo ad improvvisare sedute di yoga ( seeeempre e solo nella posizione dell' albero ) e bordi di lenzuolini al punto croce.

Adesso che mi ci fate pensare, anche le amiche di Carrie di "Sex and the city" le hanno portato una gran sfiga al matrimonio. Ma poi l' hanno accompagnata in una rimediata "luna di miele" in Messico. Beh, siete in debito di un viaggio. Dai, Lou, tu sei anche nel settore ...
Vi voglio bene, ragazze.

lunedì 13 aprile 2009

il faggio e il lappio



Ieri, per Pasqua, sono andata a trovare la mia mamma a Iseo. Come ho avuto già modo di dire qui , è un posto a me molto caro, che ho imparato ad apprezzare col tempo e che ora mi ricorda terribilmente il mio papà.



Ho passato una tranquilla domenica in famiglia, cercando di stare dietro a mia cugina che col vino va spedita ( in fondo a me il nonno Francesco non faceva pucciare il ditino nella grappa come ha fatto con lei ... ), assaporando la fantastica cucina di mia zia Micheline e facendo diventare rossa Barbara, che non voleva parlare del ragazzo che le piace ...

Poi due passi in paese e in giardino, qualche foglia secca strappata dalle siepi, uno sguardo alla vite che tenta di crescere e ai fioroni che già si vedono sul fico.

E quell' albero, il faggio di mio padre. Affrontarlo è sempre difficile per me. Guardarlo nella sua austerità e fragilità allo stesso tempo, ora che non è ancora fiorito.
La terra è brulla sotto di lui, c' è ancora qualcuna delle foglie secche cadute in autunno e che mia madre lascia per proteggere le radici.
E poi c' è un lappio. Sì, un lappio. Un lappio sotto l' albero che amava mio padre, che Francesco adora. L' albero che accoglie mio padre, quando ha voglia di appoggiare la schiena al suo tronco e leggere un buon libro.
La mia vita è così strana, sembra legata da un filo. Sembra che tutto si ricolleghi, torni, giri. Forse tutte le vite sono così, forse ci passano davanti tanti piccoli segni che troppo presi dalle nostre cose non guardiamo.


Un lappio non si era mai visto in tutto quel giardino e ora è spuntato sotto quell' albero. Un piccolo lappio che vedi solo se ci vai vicino. E' il nonno Angelo che vuole proteggere Francesco.


Vorrei solo che mia madre capisse che lui c'è ancora, è lì che la guarda, che ci guarda - E' lì sotto il suo albero e si sente bene, protetto, come lui proteggeva noi, mamma, come fai a non vederlo, a non crederci???



Comunque, ti voglio bene, mamma. Tu, così diversa e uguale a me, tu che ti commuovi davanti ad un film ma se dovessi leggere queste righe scoppieresti in una risata, tu che per te Pasqua è mangiare il capretto, e non resurrezione.
E invece io lo spero proprio che questa sia una Pasqua di resurrezione, per me e per te. Te lo meriti tanto, più di me.

Abbiamo i visi segnati in questa foto scattata ieri, in giardino. Quegli zigomi pronunciati si vedono ancora di più quando siamo stanche.


E poi non siamo brave a posare, anzi ci viene sempre la faccia da ebete.

Che tu ci creda o no, il papà a Pasqua era lì con noi. Ed è con noi tutti i giorni.





























A sinistra: il faggio di mio padre nel giardino di Iseo - il lappio è troppo piccolo , non si vede; a destra Francesco sotto il faggio fiorito nel maggio del 2008.

venerdì 6 febbraio 2009

una volta ancora


Ieri sera una telefonata: una nonna è volata in cielo ...

Non la mia, i miei nonni vivono lì da tanto tempo, tutti insieme. Cecilia, con la cipolla di capelli raccolti nella retina, sta sicuramente girando la polenta nel paiolo, Luigina, esile come un passerotto, controbatte con casoncelli e arrosto guardando le montagne dalla finestra; Andrea sta rodando la sua moto per le vie del centro e Francesco è seduto affamato ad un tavolo.

Anche mio figlio non ha più un nonno, mio padre.

Il mio papà ha sicuramente una nuvola speciale, un posto riservato, ne sono certa. Gliel' hanno concesso perchè deve guardare e proteggere Francesco.
E poi lo deve osservare, vederlo crescere, ridere con il mento uguale al suo ( e al mio ).
Spesso però il mio papà fa capolino sulla Terra: d' inverno si siede sul mio divano e si fa riscaldare dal fuoco del camino e d' estate si siede sotto le fronde del suo albero .
Ce la devo far anche senza di te, papà, lo so, ma a volte vorrei che ti alzassi da quel divano o spostassi le foglie di quell' albero, per poterti abbracciare una volta ancora.

Nella foto da sinistra: l' Angioletti, il Linuccio ( il mio papà ) e il Farmacista.

martedì 20 gennaio 2009

"I have a dream"

Caro Francesco,
oggi è un giorno che entrerà nella storia. E tu ci sei.
Oggi è un giorno che molti hanno sognato. Anche io. E tu con me, perchè eri dentro di me.
Oggi è un giorno che andrà ricordato. E sai perchè? Perchè oggi un uomo nero diventerà il presidente degli Stati Uniti d' America.
Nel 1963 qualcuno disse: "I HAVE A DREAM" e quel qualcuno è stato ucciso per aver sognato e cercato di cambiare le cose. Oggi, in questo giorno, le cose sono cambiate ed il suo sogno si è avverato.
So che nemmeno in futuro potrai comprendere a fondo cosa significa ciò che sta succedendo oggi. Come non posso capirlo io, nata nel 1977, diventata "grande" nell' epoca del consumismo e del capitalismo, quando tutto era già stato ottenuto. O quasi.
Una cosa però l' ho vissuta, anche se ovviamente non in prima persona: la paura della guerra, una guerra scoppiata in un paese confinante con il nostro e talmente vicina da sentire il puzzo della polvere da sparo nell' aria. E questo mi ha lasciato un segno.
I grandi eventi della storia ti rimangono nell' anima e, che siano positivi o negativi, vicini o lontani dal posto in cui vivi, influenzano inevitabilmente la tua esistenza e il tuo futuro, anche se possiamo non rendercene conto.
Anche i nostri piccoli o grandi mutamenti ci segnano inevitabilmente per sempre.
Quando crescerai sarà normale che un uomo nero sia il più importante ed influente al mondo, ma sappi che fino a pochi decenni fa una persona di colore era considerata un nulla.
Per questo, perchè è giusto combattere a spada tratta per ciò in cui si crede, lotta sempre e non lasciare nulla al caso pensando che il tuo giudizio, il tuo pensiero, il tuo voto, non serva. Se hai un sogno - e ti auguro di averne tanti e di crederci - perseguilo finchè non si realizza.
Da madre mi rendo conto che il mio consiglio è alquanto "pericoloso" ma ora sarebbe crudele disilluderti, soprattutto perchè sai quanto credo in ciò che sto scrivendo.
In fondo qualcuno ha detto "il corpo dell' uomo cadrebbe a pezzi se non fosse ben legato dal filo dei sogni". Ed è vero ...

lunedì 19 gennaio 2009

catwalks and freedom

La settimana della moda di Milano significa per me tanto lavoro. Diversamente da quanto si pensa, chi lavora in questo maledetto mondo di fuori i testa non trascorre queste giornate cazzeggiando tra una sfilata e l' altra o girando per le vie del centro pullulanti di giapponesi impazziti a fotografare tutto, modelli striminziti con le facce da bambini, curiose signore dai cappelli stravaganti.

Eh no, no e ancora no. Noi addetti ai lavori in questi giorni ce ne stiamo chiusi nei nostri show-room a scrivere ordini su ordini con i clienti che arrivano trafelati tra una sfilata e l' altra oppure organizziamo quella del nostro "brand" ( ooops, prima ho detto semplicemente marchio ) e diventiamo scemi a rincorrere giornalisti.
Ieri mattina, però, mi sono presa un' oretta di tempo e mi sono goduta una bella sfilata. Un intermezzo di adolescenti che sfilavano con aria malinconica, musica alta e gente affettata ( e non ho detto affrettata ... che poi ci starebbe bene comunque ).
Chi ha creato questa maison non c' è più, era famoso per i suoi colli e per le geometrie, tanto che era definito l' architetto della moda. Ora la collezione è disegnata da due giovani che a me piacciono molto.

Nel frastuono mi sono venuti in mente i fantastici anni '90, quando Milano era veramente la capitale della moda, quando noi adolescenti mangiavano pane e "Elle", quando Via Montenapoleone dominava Via Della Spiga, quando si andava a bere la cioccolata in Via Manzoni e a teatro in Piazza San Babila, quando la nebbia c' era ancora, ma non c' era la crisi, quando ci si gonfiava la frangetta, quando Versace era come un Dio, quando George Michael cantava questa canzone attorniato dalle uniche top-model che, secondo me, si possono definire tali. La classe non è acqua ...

sabato 17 gennaio 2009

la "pussa pussa"



Francesco adora fare il bagnetto nella vasca color cobalto che sembra "i maee" ( il mare ).

Già da piccolo metteva la testolina sotto l' acqua stando in apnea ( credo ) e riempiendosi di shampoo. Da poco tempo, invece, non vuole più lavare i capelli.
In effetti, come dargli torto ... i prodotti per bambini non mi hanno mai convinto sotto qusto punto di vista. A me lo shampoo Jonhson ( "non più lacrime" ) ha sempre fatto bruciare gli occhi.
Il problema è che Francesco non vuole non lavare i capelli per questo motivo, bensì perchè vuole "pussaee" ( puzzare ).
Ormai la "pussa pussa" è un incubo: se anche ci si lava, lo si deve fare senza sapone; se qualcosa è sporco, è figo; se il ciuccio cade per strada magari accanto ad una bella cagata di cane, non si può assolutamente mettere sotto l' acqua; se tento di lavargli i capelli urla a perdifiato " non mi lavammi i capeiii!!!", se c' è una "pussa pussa" da qualche parte, è una cosa piacevole per lui.
In tutto questo sto esattamente in mezzo a due fronti opposti: da un lato mia madre, donna della "vecchia scuola", che mi guarda male quando non dò a Francesco il ciuccio palesemente inzozzato nella terra, sostenendo che i bambini devono farsi gli anticorpi. Quando sono rimasta incinta il ginecologo, controllando i miei esami del sangue, mi ha chiesto stupito se da piccola giocavo nella terra visto che sono venuta a contatto con tutti i virus possibili immaginabili. Non che mia madre sia una zozzona, anzi, tutt' altro, ma, essendo una bella "montanara" cresciuta a contatto con la natura ( beata lei ... ) non si fa certo degli scrupoli in questo senso.
Sull' altro fronte sta il mio pediatra che, pur essendo molto "easy", mi considera un personaggio di Zelig e mi prende per il culo quando gli racconto fieramente di come ho "guarito" Francesco con i metodi della nonna ( tipo il burro su un bernoccolo, per fare un esempio ).
Tirando le somme, la "pussa pussa" è ormai parte integrante della nostra vita e mi sa che ci dovremo convivere per un po'.

sabato 3 gennaio 2009

i punti di vista

Che anno di merda l' anno scorso, vero amore? Proprio da dimenticare, ma non sotto tutti i punti di vista. E questa frase non è affatto da me, è più da Marta. Io non guardo mai tutti i punti di vista. Mi fermo ad uno, al primo, al mio istinto.
Francesco, devi imparare che tua madre è un sagittario ascendente pesci e non è colpa sua se le stelle sotto cui è nata hanno influenzato irrimediabilmente il suo carattere e la sua stessa esistenza. La tua mamma è inevitabilmente istintiva, avventurosa ( vedi sagittario ), oltre che sognatrice ( di sogni sfigati, grazie all' ascendente in pesci ), malinconica ( idem ), pessimista ( ancora idem ) e ... soprattutto, poco pratica.
Ma, ripeto, non è colpa mia. Lo so, lo so, la Lorena me l' ha sempre detto: "l' importante è essere pratici", parole sante. Ma cosa posso farci se io non lo sono per niente???
Almeno se avessi avuto un ascendente meno "etereo" ...
Guardo sempre al cielo e sto a dieci centimetri da terra ( e non sto parlando dei tacchi - se considero anche quelli vado a 20 ) e penso, penso, penso. Faccio un po' come l' F6 di AS400. Continuo a farlo, così non rischio di perdere pensieri fatti in precedenza. Continuo a salvare, a salvare brutti pensieri. Forse dovrei fare un F3 e cancellare tutto. E invece no, accanto ad un bel pensiero, ce ne metto subito un altro brutto, così non rischio troppo. Eppure nella vita ho rischiato, eccome se ho rischiato. Ma quando penso no, non ce la faccio. Penso sempre male. Almeno pensassi male delle persone ... mi sarei presa meno ... meno ... cavoli non rende se non dico la parolaccia ... meno inculate. L' ho detto.
Sai cosa ti dico amore? Io non cambierò mai e ho paura che, crescendo con me, o mi assomiglierai tantissimo o sarai il mio opposto. E' la legge del contrappasso un po' modificata ... o dovrei dire di Murphy??? Tipo: mia madre mette tutto a posto, tutto negli armadi, tu cammini e lei dietro che sistema. Io sono l' opposto, stremata da quest' ordine, sono disordinata e mi piace lasciare le cose fuori, a vista.
Quindi tu sarai o super ottimista ( come qualcuno di nostra conoscenza ) o super pessimista, come me.
Comunque guarda, con questi occhi puoi proprio essere come vuoi ( anche Giuseppe mi darebbe ragione ). Buon Anno amore della mia vita.

lunedì 15 dicembre 2008

come si cambia ...



Oggi sono un po' nostalgica ... infatti questa mattina, parlando con la Lauretta durante il nostro consueto appuntamento telefonico, abbiamo discusso di quanto è importante il nostro bagaglio culturale, di quanto e cosa ci è rimasto dell' insegnamento dei nostri genitori e di altre storie "tese" ... ( non è che io e la Lauretta passiamo il tempo a filosofeggiare nel traffico, ma stamattina è andata così ... colpa mia ...).
...
Tutto torna, o quasi. La moda, la musica, le automobili ... gli oggetti e le tendenze nascono prendendo spunto dalle origini, da ciò che è già stato.
Ci sono cose però che, anche volendo, non potranno mai tornare. Questo perchè l' uomo si evolve, è inevitabile, è la legge della natura, la sopravvivenza. Eppure io mi aggrappo ancora a ciò che è stato, lo tengo stretto, nelle fotografie, nel ricordo di mio padre, nelle parole di mia madre, nelle favole che racconto a mio figlio. Lo faccio perchè è il nostro bagaglio familiare e culturale che ci fa crescere. Sono le parole dei nostri genitori e i loro gesti.
Tutti dobbiamo evolverci e diventare grandi, anche se i nostri piedi, se lo vogliamo e se c' è una base solida, rimangono legati con le catene alle nostre radici .
Vorrei tanto che da grande Francesco andasse alla scoperta del mondo, vedesse più cose possibili, incontrasse una miriade di persone, ma mi piacerebbe che un millimetro cubo del suo cervello rimanesse riservato alle persone e ai luoghi della sua origine, come un privé ...

mercoledì 10 dicembre 2008

... questo traffico fa pensare ... ( perchè già non lo faccio abbastanza )

E' vero, noi milanesi passiamo metà della nostra vita in macchina ... ore ed ore ad ascoltare la Pina e il Diego su Radio Deejay, a fumarsi una sigarettina, a cantare i Rolling Stones ... mentre si crea una sorta di Grande Fratello, eh sì, perchè diventa un rituale fermarsi allo stesso semaforo tutte le sere e vedere cosa sta guardando in tv la signora che è appena uscita sul balcone ad innaffiare i fiori.
E io, da buona rappresentante della mia "razza", ieri sera, come ogni benedetta sera, me ne stavo in macchina con la mia Radio Deejay, le guance di mio figlio fisse nella mente, l' occhio lungo nella casa illuminata al piano terra del palazzo al semaforo ... e i miei pensieri.
Quando si ha del tempo vengono in mente tante cose, troppe, vecchie, nuove, tristi, felici.
Ieri sera mi è venuta in mente una mia vecchia cara amica ... e l'ho chiamata. Ricordi lontani di quando la mia vita era totalmente diversa, di quando avevo altre priorità, altre preoccupazioni, altre speranze.
Ora è tutto diverso, quante cose sono successe, quante non tornano più, quanto ho riso, pianto, sofferto.
Spero che tu, amica mia, in questi mesi abbia pianto solo di gioia.

lunedì 8 dicembre 2008

che bella la campagna

Quand' ero piccola avevo paura delle mucche, mi arrampicavo da tutte le parti quando vedevo muoversi la mandria o anche una sola mucca verso di me ... invece Francesco vorrebbe abbracciarle, stringerle, accarezzarle, è affascinato dalle loro orecchie, dalla panciona, dal campanaccio, persino dalla loro cacca. Per lui la loro cacca è santa, come lo è per me la sua ... solo che la sua lo è veramente ...