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lunedì 14 maggio 2012

Sogni di gloria

Un paio di settimane fa ho accompagnato Francesco ad una partita di calcio che la sua squadra faceva in trasferta. Tutti cuccioli di 5, 6, 7 anni con le maglie che facevano da vestito. Francesco era ancora in porta. 
Prima che entrasse in campo, gli ho detto di farsi fare goal più volte possibili; lui sa già tutto il discorso, non ho avuto motivo di specificare altro.
Una mamma si è voltata verso di me e mi ha detto: "Ma come? Noi dobbiamo vincere!"
"Signora, sinceramente non ambisco né a questa, né ad altre vittorie su un campo di calcio. Mi fa piacere se giocano bene, ma l' importante è che si divertano, no?" (la fiera dell' ovvietà).
Durante la partita questa signora si è sgolata, agitata, affannata perché la palla venisse passata a suo figlio e perché lui o altri segnassero. Credo che sia finita in pareggio. Dico "pareggio" per sentito dire, visto che non sono stata lì di certo a contare il numero dei goal (attività - quella del conteggio dei goal - severamente vietata dal Mister che, per fortuna, non ambisce a nulla, se non che i suoi ragazzi siano sereni e felici).
Quando i bambini erano negli spogliatoi io e questa mamma ci siamo ritrovate vicine. Mi ha detto che lei porta suo figlio a queste partita nella speranza che qualche procacciatore di talenti scovi suo figlio e lo faccia entrare in una squadra più importante; secondo lei questo sarebbe il primo passo per avviarlo ad una carriera che gli permetterebbe di guadagnare molti soldi. 
Accanto a lei - di fronte alla mia bocca spalancata per lo stupore e i miei occhi che non sapevano se credere che quella fosse una vignetta comica o una persona in carne ed ossa - c' era la figlia maggiore. Mi ha detto che lei avrebbe tanto voluto iscriversi all' università, ma che i suoi genitori non potevano/volevano a meno che lei non si fosse trovata un lavoro (cosa che era più che disposta a fare).
Sono andata via sconvolta e, una volta tornata a casa, ne ho parlato con il Moschettiere. Figuriamoci, lui già non sopporta il calcio - raccontargli questo episodio è stato come sfondare un portone aperto.

Passata una settimana, rivedo la signora - questa volta affiancata dal marito - agli allenamenti.
Il discorso cade su vari argomenti, tra noi e altri genitori presenti. Quando si arriva a parlare della crisi che stiamo attraversando (il più gettonato di sempre), il marito spiega che lui lavora a turni in una grande fabbrica vicino al nostro paese e alla fine dell' anno porta a casa meno di 18.000 euro. Sua moglie non lavora, cura i tre figli. Dice anche che vorrebbe che suo figlio intraprendesse la carriera calcistica perché non vorrebbe che vivesse quello che è costretto a fare lui.
Ora, tralasciando il discorso della cultura familiare, della pochezza di certe aspirazioni, del fatto che un figlio sormontato da queste responsabilità o diventa milionario o si sentirà un fallito tutta la vita...ecco, tralasciando tutto questo, io quella sera sono invece tornata a casa e non mi sono più chiesta: "ma questi due genitori come possono investire soldi negli allenamenti di calcio del figlio e non nella carriera universitaria di una figlia volenterosa e studiosa?". 
Mi sono invece chiesta: "chi sono io per giudicare?". 
Ho visto sempre i miei genitori lavorare e mio padre lo faceva anche da casa quando ha cominciato a stare male. Hanno fatto sacrifici, ma non è la stessa cosa. Ho lavorato durante l' università e ne sono stata più che felice (una delle scelte più azzeccate della mia vita), ma se anche non lo avessi fatto, non mi sarebbero mancati i soldi per comprare i libri o per mangiare. Certo, è stato un grande aiuto e mio padre era morto, non me la sentivo di pesare su mia madre. Ma qualcosa avevamo e lei mi ha chiesto tante volte di smettere di lavorare e dedicarmi esclusivamente allo studio. Alla fine ho mollato quando mi mancavano 6 esami. 6. Pazienza. Ho trovato il lavoro che mi sta dando da mangiare ancora adesso. Stop.

Chi sono io, quindi, per discutere sui sogni di gloria degli altri? Posso decidere di non frequentare queste persone perché non trovo che il mio pensiero sia allineato al loro (su questo argomento, ma probabilmente anche su altri. Probabilmente, ripeto), ma non posso giudicare i loro sogni e mi dispiace averlo fatto.
Proprio io, che sogno sempre.
I sogni non si toccano.

venerdì 10 febbraio 2012

Francesco e la scuola (di fidanzate)

Sono entrata. Mi sono seduta su una delle seggioline dei bambini. Avevo pure le ginocchia in bocca perché con i tacchi è un casino quando ti siedi su quelle seggiole.
Mentre le maestre mi parlavano di mio figlio pensavo che sarà davvero triste lasciare la scuola materna (dove è come se andassi anche io). La scuola elementare mi fa paura. Forse perché durante la riunione si è parlato soprattutto di tagli alle spese e le aule, il complesso in generale mi sono sembrati così poco colorati. O forse perché io non voglio crescere.
Comunque. Ho saputo che quando Francesco entra in classe tutte le bambine si sistemano allo specchio le mollettine che hanno in testa e chiedono alle maestre di slacciare i grembiulini per far vedere a mio figlio come si sono vestite bene per lui. Pare che lui, però, abbia occhi solo per una di loro che...
No, non commento nemmeno perché sarei davvero stronza.
(...)
Ok, commento, non resisto.
Ho sempre detto senza problemi che la fidanzata di mio figlio che ha la sfiga di capitare sotto le mani ha vita difficile (sì, anche se ha 5 anni), ma in questo caso ho pure ragione (!). Sembra infatti che la preferita dica un sacco di parolacce e di bugie e sia pure molto intraprendente. Ora. L' intraprendenza a 5 anni già non mi sta bene. Se poi è pure sgraziata e maleducata non vi dico.
(Sono stata brava con i commenti. Mi sono trattenuta notevolmente )

In realtà, però, c' è un bagliore di speranza: ieri sera, al telefono, la mia amica J. mi ha detto che suo figlio le ha detto che Francesco gli ha detto che questa bambina ha un buco in un dente (aiutoooo!) e che quindi lui non la vuole più.
Ecco. Io ora sto usando la tattica della gnorry e non chiedo niente a Francesco. So che lui si dimenticherà presto di lei.

Vabbè. La buona notizia è che le maestre sono molto contente di lui, sia per il comportamento, sia per il rendimento. Avrebbero potuto limitarsi a parlarmi di questo. (Non si vede forse da lontano che sono una grandissima rompiscatole?)

giovedì 12 gennaio 2012

Di fiori e di vestiti [quali sono i nostri strumenti?]

Non lo nascondo, prima di Natale ho attraversato un momento molto difficile (n.d.a.: francamente, mi risulta difficile giustificare la goduria di certe persone di fronte a questo).
*Momento difficile* nel mio linguaggio corrisponde a *la fine del mondo*. Tanto è vero che, con il senno di poi, mi rendo conto che il Moschettiere mi vuole proprio bene e che il suo sdrammatizzare, che mi fa anche tanto incazzare, alla fine mi salva.
Ma quanto è difficile. Se è vero che tendo spudoratamente e incontrollabilmente a creare tempeste in bicchieri d' acqua, è anche vero che ora mi auto-giustifico dicendo che quello che sono oggi, in questo preciso momento, è il risultato degli sforzi che ho fatto negli ultimi anni e delle salite che ho affrontato, un po' per scelta un po' perchè qualcuno mi ha portato su quella strada. Insomma, ci sono arrivata stanca a questo momento. Non sono una martire, per carità, ma per una come me che ha abitato nella stessa casa per 27 anni è stato facile accusare molto forte il colpo di qualche trasloco, tante tantissime parole (e non tutte felici) e di un definitivo e radicale cambiamento di vita, abitudini, aria. Colpo accusato, ovviamente, quando mi sono fermata.
La cosa che mi preoccupa, ma che mi rincuora allo stesso tempo (!), è che, come basta poco per farmi vedere la fine del mondo, basta altrettanto poco per farmi cambiare la prospettiva delle cose. Capita che sia stremata - non solo stanca - e, improvvisamente, ribaltando le idee nella testa, rinasco anche a livello fisico. Spesso non so giustificare come io riesca ad uscire da certi momenti, perchè credo di capirmi solo io.
Tante volte ci scherzo sopra e illudo me e gli altri che una sessione di shopping possa disinfettarmi le ferite. E invece, anche in questo, io sono strana. Certo, mi fa bene. Ma il mio rapporto con i vestiti è talmente naturale, istintivo, continuo, che non li ho mai visti come uno strumento o, tanto meno, una medicina.
Piuttosto, tendo ad affidarmi ai fiori. Perchè lì sono meno irresponsabile, mi affido ai manuali (e, a volte, alla sapienza popolare, in cui credo fermamente), calcolo i tempi, ragiono. In fondo, mi prendo cura di esseri viventi e sono figlia e suddita devota della nostra grande madre, la Natura.
Con i vestiti, invece, sono troppo diretta, sicura. So benissimo ciò che devo fare, non devo rendere conto a nessuno. E non mi basta comprarne uno - o dieci - per mandar via la tempesta che ho dentro. Preferisco sognare un' intera collezione  (e non mi basta nemmeno questo :D).

martedì 21 settembre 2010

avrei potuto accettare altre cose

Ok. E' arrivata lei , stamattina. E qui non si tratta solo di brividi.
Si tratta anche di dire le cose come stanno e come forse solo lei sa fare.
Avevo già parlato qui di cosa ha significato per me il tradimento. E' stato morire ancora, dopo che - vaffanculo - mi ero rialzata ed ero rinata piano piano.
Ma non avevo mai parlato di quello che ho accettato. Di quello che L' ALTRA mi ha fatto. Di quello che non posso ancora mandare giù - l' ho scritto anche da mc -: quel desiderio accecante di far male a me, con la pistola puntata in fronte. Questo io non lo voglio nemmeno capire. Perchè avrei anche potuto perdonare il bisogno di amore. Quello lo perdono a prescindere. Avrei potuto ascoltarla se mi avesse fermato per strada supplicandomi di ridarglielo, di renderle quello che UNA VOLTA era suo, di parlare di lui, di piangere insieme, di mandarmi anche a cagare. Ma in faccia. Avrei potuto affrontarla se lei fosse andata oltre quello che sono fuori, perchè io sembro un facile bersaglio. Sembro una donna di plastica, con i tacchi alti e le gambe magre. Ma dentro di me ci sono i miei amori, il mio matrimonio, , c' è mio figlio, l' India, l' università, ci sono le cascate che ho visto, la savana, il Capo di Buona Speranza, c' è il mio parto, il mio latte, c' è la mia mamma, il mio papà, c' è l' uomo della mia vita.
Io ci penso tutti i giorni, dietro ai miei vestiti, dietro ai bolerini di pailettes, dietro il mio lavoro fatto di lustrini e tante cazzate. Dietro a tutto questo io sogno l' umanità.
Come te, Mc, non credo riuscirò mai a sotterrare quell' ascia. Però ci proverò. .
Lui', voglio divorarmi quel libro. Stanotte.

giovedì 8 luglio 2010

di chiacchierate sui marciapiedi degli showroom

Oggi, fuori dallo showroom, ho beccato il mio amico Ste, che lavora da Paul Smith ( che nella nostra via son tutti showroom tamarri, tranne i nostri due. E menomale, così è più divertente ).
Ste è un gran buon partito: bello, buono, intelligente, sognatore ( che nella mia mente deformata vale forse più di tutte le precedenti. No, vabbè, più di tutte no. Però vale tanto. ), simpatico e anche positivo.
Ultimamente mi becca sempre che sono incazzata barra scazzata. Ma da dire a mia discolpa c' è che quel cavolo di blackberry non mi permette di stare serena. Alle 6 del mattino, quando mi alzo, la lucina rossa lampeggia inesorabile. A volte ci sono cose belle. Altre volte cose che mi fanno infuriare. E anzichè aspettare di arrivare in ufficio, aprire la posta elettronica, scorrere le varie emails, trovare quella che mi fa incazzare e incazzarmi di conseguenza, già alle 6 del mattino, io arrivo all' ultimo passaggio con un clic. Potrei rimanere ignara e beata per un paio d' ore - leggere il mio libro o giocare al brick-breaker sul treno - e rimandare l' incazzatura a quando il risveglio è già avvenuto ( ?!? ) da un po' e il respiro si è sintonizzato con il resto del mondo ( almeno, il mio ). Invece no.
Vabbè. Io e lo Ste - anche oggi - abbiamo chiacchierato delle nostre disgrazie ex-matrimoniali o similari. Lui mi guardava pacifico dicendomi che lui ormai non s' incazza più con la sua ex, che nella vita bisogna avere pensieri positivi, che non ne vale la pena, che la vita è bella. Ora. Io lo dico sempre, che è una questione di DNA, perchè anche il Moschettiere mi fa questi discorsi e perchè si sa che l' uomo vede la vita con gli occhiali lavati con la cera dei pavimenti - che fa scivolare tutto.
Però quando sono rientrata in showroom, avrei voluto fissare un punto nel muro e sbatterci la testa, anche con la rincorsa, magari. No, perchè io ho sposato l' unico uomo che si fa scivolare tutto - ma tutto tutto tutto - di dosso, ma che si fa aiutare da qualcun altro a rimanere attaccato con le unghie ai vetri. Non mi bastava lui, no. Ora c' ha pure l' aiutante. Veramente ce l' ha da un bel po', ma ora l' aiutante sta prendendo il sopravvento.
E io, che fino a poco tempo fa avrei risposto a certe provocazioni con le unghie, ora non son più capace di schiacciare quel cavolo di tasto "invia" e godere delle cattiverie che ho scritto. E questo è grave. Non è da me. Ora aspetto tranquilla che me lo si metta nuovamente in quel posto ( Sì, perchè sto diventando riflessiva, mica scema. Eh. ). Ma anche in quel caso sarò stoica, e resisterò intrepida finché verrà l' ora in cui potrò liberarmi da questa donna che si è impossessata di me. Perchè si può, vero? Cioè, voglio capire se un giorno tornerò ad essere quella di prima. Un' istintiva, rabbiosa, sadica risponditrice di email bastarde. La mia specialità erano quelle donna/donna.
Sì, perchè c' è più gusto ... quelli là si fan scivolare tutto, hanno pensieri positivi. Che palle.
Beh. Le cose son due: o sto diventando un uomo - e Dio me ne scampi - o la mia psicologa aveva ragione. E non ci ha messo neanche tanto a farmi diventare così. Peccato che io voglia tornare quella di prima: un' istintiva, rabbiosa, sadica risponditrice di email bastarde.

martedì 22 giugno 2010

la separazione nella nostra vita di tutti i giorni. e nei pensieri degli altri.

Quando ci si separa si ha spesso la mente offuscata dalla rabbia e dal rancore. L' unica cosa che fa rinsavire è il pensiero dei propri figli, se questi ci sono. A volte è proprio questo pensiero che non fa trovare il cancello d' uscita dal labirinto dei pensieri autodistruttivi.

I sensi di colpa, la preoccupazione per quello che sarà il domani e la tristezza infinita per il fallimento non permettono di dormire, di ragionare, di lavorare.

Quando passa l' uragano dei conflitti che, purtroppo, troppo spesso si svolgono tramite avvocati, prendono il via i cambiamenti pratici nel quotidiano. Ritrovarsi soli in una casa che fino a poco tempo prima aveva visto solo momenti piacevoli - ma anche no - e la nascita di un figlio ( o più ) è devastante. Sapere che Lui è via. E non importa se fino a quel momento era ciò che avevi desiderato. Crescere un figlio in un momento in cui avresti solo voglia di rannicchiarti in un angolino e piangere. Vedere che tuo figlio ha 40 di febbre e renderti conto che non puoi più chiedere conforto e appoggio a Lui. E poi lo fai lo stesso. Perchè da sola non reggi, la sera tardi, quando la febbre non vuole scendere. Battere i pugni contro il muro perchè sai che nella vita di tuo figlio ci sarà un' altra donna ( che non sarà sua moglie ). Aprire le bollette e voler piangere in ascensore urlando. Desiderare di buttare dal balcone tutti i debiti: avvocato, mutuo, luce, gas, macchina. Non avere i soldi per fare la spesa. Non accendere il riscaldamento quando tuo figlio dorme da suo padre. E, colmo dei colmi, usare per scaldarti la coperta di cashmere che ti hanno regalato per il matrimonio.

Tante volte mi sono chiesta come ha affrontato Lui i primi momenti. Non si poteva parlare in quel periodo, non era nemmeno lontanamente pensabile un possibile dialogo. In quei giorni pensavo spesso che fino a poco tempo prima con quell' uomo avevo dormito per anni e anni. Avrei voluto - nella mia mente utopica - sedermi con lui a parlare della nostra sofferenza. Forse per soffrire di più. Forse di meno. Anche ora lo vorrei. E gliel' ho detto.

In una società in cui le separazioni sono all' ordine del giorno e in cui ovunque vada incontri persone separate - o divorziate - non è così scontato nella vita di tutti i giorni essere capiti. Sabato sera, per esempio, io e il Moschettiere eravamo alla serata di gala dello Squadrone Italiano dei "Mousquetaires d' Armagnac", appunto. E al tavolo eravamo: tre coppie formate da persone entrambe separate/divorziate - anche pluri, un amico pluriseparato, una coppia che resiste insieme da molti anni, per fortuna, ma con un figlio separato.

Questo è solo un esempio. Quotidianamente incontro persone separate o divorziate, soprattutto nel mio ambiente di lavoro. A volte è quasi scontato. Eppure mi sento spesso fuori luogo o giudicata. O meglio, non è una mia sensazione: vengo spesso giudicata. E la cosa che mi fa più male è che si pensa che una donna separata sia "protetta" dal fatto di avere uno o più figli e si faccia forte di questo, pretendendo di essere mantenuta. Non è sempre così. Io ricevo un mantenimento per mio figlio. Ma tutti sanno quanto costi ora mantenere un bambino, dalle piccole cose all' asilo. Dai giochi che chiede ( e che non gli darei in abbondanza nemmeno se fossi ricca, per principio ) ai vestiti.

Il fatto che io abbia un compagno, poi, non fa che allargare a dismisura il pensiero dei giudicanti. Come se la maggiore aspirazione di una donna fosse quella di essere mantenuta. E non di farcela da sola.

Mi ferisce la concezione ancora così retrò, semplicistica e spesso scontata della donna vista come una che ha acquisito talmente tanta libertà da potersi separare ( cosa che fino a pochi decenni fa era pensabile solo nelle alte sfere ), ma che non può però riuscire a gestire la sua vita da sola. Senza avere per forza un uomo che la mantenga. Non che le voglia bene, che le faccia ritrovare la serenità, che la aiuti nel quotidiano, che accetti suo figlio. No. Che la mantenga.

venerdì 18 giugno 2010

vorrei essere un fottuto millepiedi

vorrei essere un millepiedi. un po' perchè delle mie due gambe, una al momento è ancora un po' messa male. ora s' è scoperto pure che ho la cartilagine del ginocchio consumata. ma non succede agli ottantenni? va bene che a 33 anni bisognerebbe avere anche i riflessi più pronti per evitare di fracassarsi una gamba intera tra macchina e cancello, però ora basta.
ho accennato al volo la cosa al Moschettiere - che ha mollato veterinaria a 9 esami dalla fine e tante cose le azzecca - e lui non si è pronunciato. in fondo alle mucche non si consuma la cartilagine. o sì?
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vorrei essere un millepiedi. per avere una zampetta qua e una al mare, dove andrà Francesco stasera. per essere lunga, lunga, lunga e la sera, dopo essere uscita da questo mondo di merda, arrivare con la testolina fino a quella casa che guarda il mare e metterla accanto alla sua sul cuscino. la prima zampetta giù dal letto. e anche l' ultima giù dal letto, ma a casa, così sarei pronta ad alzarmi la mattina e prendere il treno per venire a vendere vestiti per gente ricca.
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vorrei essere un millepiedi per poter indossare 500 paia di scarpe contemporaneamente. tutte con tacco 10. o 12. wow.
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vorrei essere un millepiedi lento lento, talmente lento che il suo culone e le zampette posteriori rimangono sempre indietro di due giorni. potrebbe essere che, mentre oggi la testolina è in questo bianco showroom patinato, la parte posteriore è ancora nel passato, a due sere fa, a quando Francesco era sul palco a fare il saggio di musica.
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vorrei essere un fottuto millepiedi per infilarmi dove ora non posso. e picchiettare con tutte le mie mini-scarpine tacco 10 - meglio 12 - sulla pelle di chi mi sta sulle palle. di chi non capisce che sono io la mamma di Francesco. e nessun altra.
e stavolta non sono incattivita per il brufen . oggi tutto "nature".
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vorrei essere un millepiedi per mangiare le foglie e i fiori. dormirci sopra. e diventare più bella.
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vorrei essere un cavolo di millepiedi..
e andare in giro a cantare la canzone del millepiedi - appunto -, come ha fatto Francesco sul palco l' altra sera. mentre io piangevo. e mi sono anche detta che anche al mio matrimonio pensavo di piangere e invece me la sono risa tutto il tempo e ho fatto lo spogliarello davanti ai parenti.
ma stavolta no, ho pianto.
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premetto che il video è un insieme di foto scattate mentre singhiozzavo tipo post-parto e che ci ho messo un pomeriggio per tirare insieme un video di sole 4 immagini( il resto è nero, non è il vostro pc che non funziona ) che mi permettesse di pubblicare la canzone del millepiedi. perchè deve rimanere nella storia di questo blog. io la amo.
ed è l' unica cosa che voglio sentire.

lunedì 22 marzo 2010

io e i rimedi della nonna: di ansie da neomamma, pediatri, ormoni


Chi mi conosce sa quanto mi piaccia il vintage. Ecco, mi piace talmente tanto che per me, oltre che godermi mio figlio, fare giardinaggio o l' amore con il Moschettiere, il massimo è andar per mercatini e acquistare accessori, oggetti, passamanerie, gioielli appartenuti a chissachi. Mi piace ascoltare storie vecchie, sapere come si faceva un volta a far questo e quello.

Quando ero incinta immaginavo di stringere tra le mie braccia un fagotto avvolto in una vecchia coperta ricamata appartenuta a mia nonna, profumare i suoi cassetti con essenze e saponette profumate, vestirlo di bianco candido.

Mi vedevo come quelle mamme con i capelli a onde anni '40 e il viso sognante, che si affacciano sulla culla per vedere se il loro bambino dorme ancora o è sveglio e sta giocando con i piedini, talmente è bravo e non piange mai.

Quando tentavo di portare a spasso i 20 kg di grasso per gamba che mi ero elegantemente regalata per l' evento, mettevo un carillon in borsa e la appoggiavo alla pancia, pensando con quella musica al mio dolce sogno di bianco candido, pizzo sangallo, coperte vintage.

Poi è nato mio figlio.
Sono uscita dall' ospedale depressa. E di copertine ricamate, profumi, essenze non me ne poteva fregare di meno. Figuriamoci del vintage.
Oltretutto, la copertina ricamata si è riempita di rigurgito dopo forse 3 giorni, e la cavolo di vitamina nonsocosa macchiava qualsiasi cosa.
I giorni passavano. E io cominciai a scrivere lettere d' amore a mio figlio e ad appenderle alle travi del soffitto della sua camera. Gli comprai una scatola azzurra da esplorare. Lo massaggiai ogni giorno.
Francesco cresceva e con lui le mie ansie. Un po' erano le mie solite paranoie, accentuate da questa nuova responsabilità di cui ero stata rivestita. Un po' arrivavano da fuori, dalle altre mamme, dai parenti, dalla televisione, dalla simpatica pediatra che mi è stata raccomandata dall' impiegata dell' Asl e da quasi tutte le già mamme che conoscevo ( ho sempre saputo io di essere diversa ).
Quello che mi chiedevo ( e che ancora mi chiedo ) è:
  • perchè visitava in un grande studio con una mega finestra se la sala d' aspetto era un corridoietto senza nemmeno una fuga d' aria, se non la porta d' entrata ( che però era consigliabile non aprire per via degli odori provenienti dalle cucine degli altri appartamenti sul pianerotttolo ), stracolmo di bambini con 40 di febbre che lei faceva venire sovrapponendo gli appuntamenti;
  • perchè la prima visita ( il bambino aveva 10 giorni sì e no ) mi è stata fissata per le ore 13,00 di un giorno di metà luglio e la carrozzina affondava le ruote nell' asfalto rovente;
  • perchè sulle basi di quanto sopra e dell' antipatia dimostrata alla prima visita non ho capito subito che sarebbe nato in me il desiderio di mandarla a cagare;
  • perchè sulle basi del punto precedente non l' ho fatto subito dopo la prima visita.

Decisi quindi di affidarmi al pediatra che aveva fatto nascere Francesco. Non lo avevo ancora fatto perchè sinceramente mi vergognavo di farmi vedere ancora da quel grandissimo figo che durante il parto mi fissava la patata urlando "Dai, mamma!" mentre le spalle di mio figlio stavano tentando di farsi largo dentro di me ( "Dai mamma" cosa??? ).

Insomma, il gran figo del pediatra ha cominciato a far battute e a prendermi in giro dal primo giorno. Le cose potevano solo essere due: 1) aveva capito che ero depressa ( forse dal fatto che ero indifferente ai miei peli incolti sui polpacci e perchè mi vestivo ancora con i vestiti che usavo prima di partorire, esattamente 25 kg di differenza ) e voleva farmi ridere 2) gli facevo pena e mi stava veramente prendendo per il culo.

In realtà di motivi per farmi prendere in giro io ne ho forniti dal primo giorno. Le mie domande non erano le solite su allattamento, svezzamento o addormentamento. No. Non facevo quasi nemmeno delle domande. Raccontavo più che altro di come ero riuscita a guarire mio figlio da sola grazie ai rimedi della nonna oppure di come avevo sviluppato delle mie teorie sulla febbre. Tipo:

Io: Dottore, il bambino è caduto dal seggiolone ( 8 mesi ). Gli ho spalmato il burro sulla botta come ha suggerito mia mamma e, non solo non è uscito il livido, ma non si è nemmeno gonfiata.

Quel gran figo del dottore: Aaaahhhh, ma signora! sarà stato il freddo del burro! Non ci sono altre spiegazioni!

IIo: Dottore, ma il burro non era freddo gelato e l' ho anche sciolto un pochino con il calore per spalmarlo meglio.

Quel gran figo del dottore: senza parole.


Io: Dottore, Francesco stava mangiando un biscotto Plasmon, gli è andato di traverso, mia madre si è spaventata e le ha ficcato un dito in bocca per toglierlo. La sera, per lo spavento, gli è venuta al febbre.

Quel gran figo del dottore: Ma nooooooooooooooooooo signora! Cosa dice? La febbre non viene dallo spavento! Come l' ha curata?

Io: Con niente. Coccolandolo.

Quel gran figo del dottore: senza parole.

Mesi dopo mesi, anni dopo anni, le ansie ci sono ancora. A volte incrementate dall' esterno, a volte racchiuse nel "pacchetto mamma" che ti viene consegnato A GRATIS quando sforni la creatura. Per fortuna il pacchetto non comprende solo ansia, timore di non farcela, inadeguatezza. E l' amore che ti senti esplodere dentro ricompensa tutto.

Il problema è che dentro esplodono anche gli ormoni. E che a posteriori avresti tanto voluto averli ascoltati togliendoti la soddisfazione di mandare a cagare la pediatra incompetente.

E mi fermo qua.



E voi come avete affrontato le prime paure dell' essere mamme? Siete state fortunate e avete avuto da subito feeling con la/il pediatra?


Mamma che ridere!

mercoledì 2 dicembre 2009

Quanto 'so PERFETTA con la caviglia rotta

"Prima di giudicare assicurati di essere perfetto e, dopo aver appurato di non esserlo, abbi la capacità di perdonare i giudizi di coloro che credono di esserlo."
.
Non so chi ha scritto 'sta cosa, comunque mi piace. O meglio, mi piace solo la prima parte. Perche' dovrei perdonare i giudizi di coloro che si credono perfetti?
Ecco. Chi ha orecchie per intendere intenda.
Sara' la caviglia rotta, i legamenti andati ... ma mi sono un po' inviperita. Mi sa che devo chiamare la casa farmaceutica che produce il Brufen ... credo che tra gli effetti collaterali, oltre secchezza delle fauci, cagotto, gastrite, ulcera fulminante, morte, devono scriverci anche che fa incazzare di piu' ( ora che ci penso: magari anche a lei e' stata fatta la macumba, si e' rotta una caviglia nel frattempo ed e' costretta a ingurgitare bustine e bustine di Brufen ).
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Sono un po' una iena in questi giorni. Ma sentirmi dare della mantenuta dopo che per mantenere mio figlio mi sono lavata per un inverno con l' acqua fredda perche' non avevo abbastanza soldi mi fa un po' prendere male.
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Vabbe'. Perdonatemi questo sfogo di cui non frega niente - ma niente - a nessuno. Ma ho la caviglia rotta. E trangugio Brufen come se fosse acqua. Che bello, ma che bello usare questa scusa della caviglia per qualsiasi cosa ... non solo farsi portare il the, farsi fare il bucato, farsi stirare le cose ... tutte cose da casalinga frustrata, ovviamente.
No, perche' con questa caxxo di caviglia rotta quel poco di vita sociale che avevo se n'e' andata definitivamente. E badate: per vita sociale intendevo portare Francesco in piscina due pomeriggi a settimana. No, scherzo, dai.
Per un attimo, con questa gamba sifula mi ero dimenticata di essere sempre la Carrie Bradshaw de' noaltri.
Tacchi 12 sto arrivando!!! Beh, li ho su anche adesso, eh? ... in fondo il piede sinistro non si e' fatto niente. E poi il Moschettiere adora i miei tacchi.