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lunedì 7 luglio 2014

Francesco compie 8 anni

Oggi Francesco compie 8 anni.

Prima di nascere, verso le cinque del pomeriggio, aveva le lettere che sua madre gli aveva scritto a partire dal giorno in cui aveva fatto il test di gravidanza e aveva sentito un fiume in piena travolgerla. Quel giorno d'inverno in cui di solito ricordava la morte di suo padre. 
Prima di nascere, Francesco aveva i sogni che pulsavano nel cuore di sua madre e sentiva la vita, ne sono certa, e i viaggi in cui se l'era portato dietro, protetto dalla pancia. 
Prima di nascere, Francesco aveva capito che sua madre non sopportava le persone lente e pigre e quindi, rispettando le tradizioni di famiglia, non aveva perso un attimo. 
Prima di nascere Francesco aveva molti progetti e immagini confuse di come sarebbe stato affrontare la vita e amarla, spremerla, non sprecare un attimo, come sua madre gli aveva scritto in quelle lettere appese al soffito di legno della sua camera. 

Poi è nato, ha preso la vita e, con i suoi modi da gentiluomo, l'ha afferrata e ci ha insegnato che si può correre forte per poi fermarsi a leggere un libro nuovo, lanciare un supereroe dal muretto e poi raccogliere un fiore per la nonna, sognare di diventare un calciatore e poi aspettare di avere 8 anni per indossare i primi tacchetti da calcio, quelli desiderati da tanto, tantissimo tempo.

Grazie, Francesco. 

P.s. Oggi non ho parlato di fiori ma sapete che sono sempre nella mia vita. Qui e qui trovate quche consiglio per quest'estate. Per godervela circondati dal profumo, dalla luce e dal colore. 

giovedì 14 giugno 2012

Lascia che gli alisei riempiano le tue vele

"Tra vent' anni sarai più deluso dalle cose che non hai fatto, che da quelle che hai fatto. E allora molla gli ormeggi. Lascia i porti sicuri. Lascia che gli alisei riempiano le tue vele. Esplora. Sogna." 

Mark Twain
da "Cosa tiene accese le stelle", di M. Calabresi.

Ho letto questo libro in un giorno, con la schiena piena di brividi un po' per l' emozione che mi danno sempre i ricordi raccontati e un po' perché in tante frasi - come quella sopra - mi sono riconosciuta. Io, ossimoro vivente: nostalgica del passato e programmatrice di sogni.
Sono nata dopo 17 anni di un matrimonio felice, quando i miei genitori erano più che convinti di non poter avere figli e avevano improntato la loro vita a due, sommersi da vari interessi come il teatro, le uscite con gli amici e, soprattutto, i viaggi.
Essendo nata così tardi, quando i figli degli amici dei miei genitori erano già grandi, sono diventata presto la mascotte del gruppo e sono stata cresciuta da tante zie (in realtà amiche di mia mamma) che hanno riscoperto con me la gioia di riavere un piccolo cucciolo per casa. 
Durante la mia infanzia giocavo tutti i giorni in un cortile con almeno una quindicina di bambini e mia nonna Cecilia mi preparava pane, burro e zucchero per merenda. Di lei mi ricordo gli gnocchi che faceva la domenica, le urla dietro ai bambini che tiravano la palla contro la finestra e la merenda, appunto. Suo marito Andrea è morto prima che nascessi, lei quando avevo 13 anni. 
La nonna Luigina e il nonno Francesco abitavano nel paese di nascita di mia mamma, a due ore di distanza da Milano. Lui è morto quando avevo 6 anni, lei quando ero un po' più grande ma non abbastanza per ricordarmi poche cose di lei (quella più impressa nella mente è il profumo del suo bagnoschiuma, alle rose).
Forse sarebbero morti comunque prima che io diventassi grande, ma di sicuro il fatto di essere nata "tardi" ha contribuito a farmeli vivere poco.
Io mi ricordo, quando ero piccola e guardavo e riguardavo le foto, che mia madre mi raccontava solo sommariamente della sua famiglia: tante cose non le ricordava. E a me questo è mancato. Avrei voluto sapere di più di loro, cosa facevano durante il giorno, quali erano i loro piatti preferiti, come si vestivano, come erano il giorno del loro matrimonio. 
Forse è per questo che amo i libri che raccontano saghe familiari. E forse è per questo che ho deciso di lasciare questo diario a mio figlio. 
Magari crescerà come sua nonna, con la testa sempre avanti a guardare il futuro. 
Ma se sarà come sua madre, che ogni tanto si gira e cerca tracce e conferme del suo passato, ecco, allora gli sarà utile e lo apprezzerà. Nel dubbio, io scrivo.

E se tra vent' anni leggerà queste parole - scritte una mattina di giugno dopo aver letto voracemente il libro di M. Calabresi - forse avrà un motivo in più per lasciare gli ormeggi, esplorare e sognare (anche se spero che a quell' epoca lo avrà già fatto. Esattamente come sua madre - quella gran nostalgica sognatrice di sua madre).

lunedì 21 marzo 2011

il primo giorno

Lo sapete, ormai. I fiori da noi fanno parte della famiglia.
Per questo oggi, che è il primo giorno di primavera, non potevamo che dedicarlo a loro.
E ai nostri animali, che questa mattina erano uno in più. Ma che da questa sera sono ritornati ad essere uno in meno.
Francesco l' ha presa bene. Gli è stato spiegato che madre natura fa il suo corso.
Sa che non bisogna interferire in questo ciclo naturale che dura dalla notte dei tempi. Piange se quell' uno in più torna ad essere zero, gioisce se una gemma diventa fiore.
E cerca di non calpestare le margherite nel prato. 


Noi siamo riservati: ci sediamo a guardare da lontano.


(presto lancerò una nuova tappa della competition, ovviamente, palesemente, piacevolmente dedicata ai miei amati fiori.)

venerdì 24 dicembre 2010

Settant' anni di twist

Settant' anni. Mamma, compi settant' anni!
Ok, allora entra nella mia casa, vieni. No, non in quella che pensi tu, ma in questo bizzarro luogo virtuale che io arredo con i miei pensieri.
Siediti comoda, dobbiamo parlare (e sappi che in questa mia casa non hai diritto di replica. Almeno una volta!) Perche' questa decina in piu' arriva insieme ai miei trentatre anni e quindi insieme alla mia VERA maturita'; al mio, al nostro trascorso difficile di separazione, ma anche ai giorni felici della nascita e dei primi anni di Francesco.
Siediti, siediti, tu che fremi sempre. Che vuoi tutto in ordine, che impazzisci guardando la mia casa stracolma di oggetti. Rassegnati, anche qui c'e' casino.
Voglio dirti che ho capito le tue scelte, anche se non so perche' non hai mai voluto condividerle con me. Voglio dirti che mi sento offesa se penso a quei momenti, ma se scavo meglio, mi ricordo che so che mi hai voluto difendere. Voglio dirti che sono una madre diversa da come sei stata tu, ma che ho ben saldi dentro me i valori che mi hai trasmesso.
Voglio dirti che quando sei aggressiva mi fai male.
Voglio dirti che mi dispiace averti fatto soffrire.
Voglio dirti che avrei voluto leggere un tuo diario e capire cosa pensava, temeva, sognava quella splendida donna che ancora oggi fa girare la testa agli uomini.
Ed ora basta con le parole.
Dai, alzati. Dobbiamo ballare il nostro ballo preferito . Siamo troppo brave nel twist.
(e Francesco e' sulla buona strada...)

martedì 21 settembre 2010

avrei potuto accettare altre cose

Ok. E' arrivata lei , stamattina. E qui non si tratta solo di brividi.
Si tratta anche di dire le cose come stanno e come forse solo lei sa fare.
Avevo già parlato qui di cosa ha significato per me il tradimento. E' stato morire ancora, dopo che - vaffanculo - mi ero rialzata ed ero rinata piano piano.
Ma non avevo mai parlato di quello che ho accettato. Di quello che L' ALTRA mi ha fatto. Di quello che non posso ancora mandare giù - l' ho scritto anche da mc -: quel desiderio accecante di far male a me, con la pistola puntata in fronte. Questo io non lo voglio nemmeno capire. Perchè avrei anche potuto perdonare il bisogno di amore. Quello lo perdono a prescindere. Avrei potuto ascoltarla se mi avesse fermato per strada supplicandomi di ridarglielo, di renderle quello che UNA VOLTA era suo, di parlare di lui, di piangere insieme, di mandarmi anche a cagare. Ma in faccia. Avrei potuto affrontarla se lei fosse andata oltre quello che sono fuori, perchè io sembro un facile bersaglio. Sembro una donna di plastica, con i tacchi alti e le gambe magre. Ma dentro di me ci sono i miei amori, il mio matrimonio, , c' è mio figlio, l' India, l' università, ci sono le cascate che ho visto, la savana, il Capo di Buona Speranza, c' è il mio parto, il mio latte, c' è la mia mamma, il mio papà, c' è l' uomo della mia vita.
Io ci penso tutti i giorni, dietro ai miei vestiti, dietro ai bolerini di pailettes, dietro il mio lavoro fatto di lustrini e tante cazzate. Dietro a tutto questo io sogno l' umanità.
Come te, Mc, non credo riuscirò mai a sotterrare quell' ascia. Però ci proverò. .
Lui', voglio divorarmi quel libro. Stanotte.

venerdì 17 settembre 2010

pensieri di una mamma, di una figlia, di una donna.

Alle 3 di questa notte ho cominciato a farmi rullare i pensieri nella testa. Come solo io so fare quando mi sforzo di mettere le frivolezze sotto la pila delle preoccupazioni e mi concentro per pensare solo ai problemi cercando di trovare una soluzione in quel momento. Lì, nel letto. Alle 3.

Soluzioni di che, poi? Di certo non posso guarire la schiena di mia mamma. O il raffreddore di Francesco, la sua tosse. O la stanchezza del Moschettiere, che lavora, viaggia, pensa troppo. O la mia gamba, che questa notte mi ha fatto capire che da sola non può smettere di farmi male.

Ho il calendario fisso in mente, con le ore scandite che non bastano mai. Mai, porco cane. Mi sento a metà strada, una figlia poco presente, una mamma che vorrebbe fare solo la mamma ( sì, è così ), ma con degli spazi ritagliati per se stessa nelle ore in cui Francesco è all' asilo. Vorrei quelle poche ore ogni giorno. Mi basterebbero. Per scrivere di borse, di colori, di abbinamenti. Per fare quello che faccio in showroom ma in modo diverso. Per tirare fuori dal cassetto quel libro di cui so già l' evoluzione, la fine. So già quello che voglio dire. Voglio dire di fiori, di vestiti, di persone, di viaggi, di amori. Ma il primo capitolo sembra non finire mai.

Voglio vestirmi così per sedermi in giardino a buttare giù parole. E poi correre correre correre con Francesco.

giovedì 24 giugno 2010

scelte ( e se questo non è outing ... )

Premessa: scrivo un post in risposta ai commenti di quello precedente ( che, avete ragione, mi è costato tanto ) non perchè abbia la presunzione di dover insegnare qualcosa, ma proprio perchè ritengo doveroso, ora che a distanza di due anni esatti dalla mia separazione ( 24 giugno 2008 ) ho fatto un vero e proprio outing, parlare a tutte quelle madri che hanno qualcosa che sta rosicchiando il loro cuore e che forse sono perse nella nebbia dei dubbi e delle paure, come sono stata io per mesi.
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In un vecchio post ormai datato 01 giugno 2008 scrivevo questo:
Il Dalai Lama ha detto: "Le decisioni sono un modo per definire se stessi. Sono il modo per dare vita e significato ai sogni. Sono il modo per farci diventare ciò che vogliamo".
Ecco il punto. Credo sia più che ovvio che chiunque nella vita desideri azzeccare al primo colpo la scelta dell' uomo/della donna della propria vita. Questo è umano e lo ritengo quindi indiscutibile. Nel senso che ci sono persone che non intendono "fermarsi", assestarsi e decidono liberamente di non impegnarsi in una relazione duratura. Ma chi sceglie di farlo, credo proprio desìderi che sia per tutta la vita.
Così desideravo io, mentre mi sposavo su una spiaggia delle Seychelles con un abito vintage di mia madre. E altrettando mentre rinnovavo la promessa il giorno del battesimo di mio figlio di cinque mesi. Non scherzavo. Non era un gioco.
Ad un anno dal "secondo matrimonio" il vortice. Il vortice del non sapere cosa stesse succedendo. Quella era la vita che io avevo tanto desiderato e per cui avevo lottato. Il vortice è durato mesi. In cui non avevo il coraggio di parlare con nessuno. Cazzo, dovevo capire IO. E quando provavo ad accennare la cosa a Lui dicendo: "Sai, sono notti che non dormo", non avevo alcun riscontro. Non aveva capito. E non lo biasimo per questo.
Una volta compreso cosa mi stesse succedendo, ne ho parlato apertamente. Ho parlato di come le cose cambiano, di come ci si aspetta che una persona cresca - e cresca in un certo modo - ma non lo fa. Di come l' arrivo di un figlio spezza degli equilibri e apre mille porte che vorresti tenere chiuse, per vivere la tua vita, non quella di una famiglia.
Ma ho sbagliato. Non mi sono fatta capire, ascoltare. Un' altra volta. E forse non volevo nemmeno essere capita. O meglio, lo volevo solo per mio figlio. Per lui desideravo piangendo contro la colonna del salotto che le cose fossero diverse. Desideravo svegliarmi e vivere la vita che avevo immaginato. Solo noi, senza nessun altro. Solo noi, come eravamo quando andavamo in Amazzonia con lo zaino in spalla. Solo con più testa.
Ecco, la testa.
E invece, più i giorni, le settimane, i mesi passavano, più la cosa degenerava e gli errori aumentavano.
E poi tutto è andato di corsa. A volte mi sembrava di essere su un treno che FORSE mi avrebbe portato alla felicità a cui tanto ingenuamente ambivo, a volte ero felice di correre, per non dover riconoscere che quel grosso punto interrogativo giallo fosforescente era ancora sulla mia testa.
Come quando rimani incinta e il ginecologo ti dice: "Signora, ogni gravidanza è a sé", altrettanto mi disse l' avvocato: "Signora, ogni caso è un caso a sé".
"Ah. "
" Ma questo non è un caso, è la mia vita. E' la vita di mio figlio. E non solo la nostra."
E così il mio grosso punto interrogativo raddoppiò. E divenne grande, grande. Enorme. Mi voleva mangiare. Il "non sapere cosa sarebbe stato di me" mi voleva mangiare.
Ma andai avanti. Avanti, avanti. E per un po' mi mangiò. Mi assaggiò. Poi smise.
E ogni tanto mi assaggia ancora, perchè nella mia vita ci sono ancora tanti punti interrogativi. Come nella vita di tutti, credo.
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Certo, avremmo potuto scegliere diversamente ( perchè anche Lui ha scelto ). Ed andare avanti rimettendo la questione nell' angolino delle cose latenti, che si sa che ci sono e che se ne stanno lì zitte zitte. Avremmo potuto far finta di niente per giorni, mesi, magari anni.
Invece non l' abbiamo fatto. Lui non so ancora perchè. Io non l' ho fatto perchè sapevo che in gioco c' era TUTTA la mia vita. Non un mese, un anno. C ' era la mia vita, insieme a quella di mio figlio. Non dovevo farmi passare una crisi. No. Era la mia vita in gioco. Perchè quella non era la vita che volevo. E che avevo desiderato.
Ci sono persone che riescono a tenere il piede in due scarpe. Ce ne sono altre che riescono ad accettare di vivere una vita diversa da quella che avevano immaginato. Ad andare avanti giorno dopo giorno sperando che le cose possano cambiare, senza far nulla perchè questo avvenga. Si affidano al caso, a Dio, non lo so. Sono forti. Perchè per non lottare per se stessi ci vuole forza.
Io mi sono affidata a me stessa. Una volta tirata la riga finale, mi è sembrata la cosa più sensata da fare. O forse la più codarda. No, codarda no.
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Due anni fa esatti io e Lui eravamo in tribunale a separarci. Quando siamo usciti, siamo andati insieme a bere qualcosa e a comprare dei vestiti per Francesco. Tutto sembrava tranquillo.
Invece era solo un limbo. Era il sabato del villaggio.
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Oggi siamo d' accordo su una cosa: che Francesco è un bambino sereno ( e questo è stato appurato anche da specialisti ). Certo, non possiamo escludere che abbia dei problemi in futuro dovuti alla separazione. Anzi, quasi sicuramente li avrà. Ma ci stiamo preparando, stiamo "studiando" per fare in modo che questo non avvenga. O per poter affrontare nel modo migliore questa cosa, se dovesse succedere.
Io combatto ogni giorno. Per avere la forza di salutare mio figlio due o tre venerdì sera al mese. Per non pensare che non sta dormendo nella stanza vicina alla mia. Per cercare di infondergli più forza rispetto agli altri bambini. Per farlo sentire amato.
Ho trovato l' uomo della mia vita. Ho dato significato ai miei sogni. Sto diventando la donna che volevo essere.
E questo, insieme all' aiuto di alcune persone, mi sta aiutando a chiudere questo cavolo di cerchio che contiene il mio IO.

sabato 8 maggio 2010

cosa rimarra' di questi giorni ai nostri figli

Sull' aereo, al ritorno dall' India, ho scritto questo sul mio quaderno:

"Guardo la mia vita. E mi sento a meta'. A meta' tra una donna realizzata, indipendente, sicura e una donna-bambina, che ha paura di crescere suo figlio e se stessa. A meta' tra una cittadina amante di lustrini e pailettes, e una contadina, che affonda le mani nella terra e chiama eccitata Francesco per mostrargli uno strano bruco verde. Cosa vedra' di me mio figlio? Come mi giudichera'? Cosa amera' di me? Le mie lettere - tante, troppe - le mie scatole, i miei piccoli tesori, il bracciale d'oro con il suo nome e la data di nascita, i semi che lascio ovunque vada per non perdere traccia del mio passato? Oppure sara' attratto dal mio lato non romantico - forse un po' in ombra rispetto all' altra meta' del mio io, quello che mi ha fatto lottare, che mi ha fatto fare le valigie e scappare, lasciando ricordi e affetti. I miei viaggi, i miei fiori. Lo annoieranno? O mi chiedera' di raccontargli il mondo com' era. Com' era prima. Com' era l' India, l' America, l' Africa, la Russia, Milano, la campagna. E io cosa gli diro'? Gli mostrero' le foto di una giovane ragazza con la frangetta che attraversa ad occhi sbarrati il Rio delle Amazzoni, gli parlero' della gente che ho incontrato. Gli ricordero' che al ritorno da un viaggio mi sono addormentata e solo il mattino seguente sono andata a prenderlo dal suo papa'. Gli apriro' le mie scatole. Vorra'? Ci sono due poltroncine vintage in veranda. Le ho messe apposta per questo: per sedermi con lui a parlare, disegnare, guardare le foto, scoprire, vedere le piante crescere e i fiori sbocciare.

Francesco, racconto la nostra vita in un diario che tutti possono leggere. Ti mostro gia' da ora quali colori vanno abbinati nei vestiti. Ti insegno ad essere galante con le "donne" e per questo regali una margherita ad ogni bimba del parco. Ti faccio mangiare in piatti vintage e raccolgo i tuoi giochi in una grande borsa marocchina. Mi sveglio all' alba per seminare e ti chiedo di farlo con me dopo cena. Nella tua camera ci sono immagini di Dei indiani, una statuetta di San Francesco e le foto vecchie della nostra famiglia. Lo so, sono strana. Non so cosa amerai di me. Non so nemmeno se mi amerai da grande. Quel che e' certo e' che io ti amo. Davvero. E ti ho sempre amato"

Ora. Questa e' una delle tante riflessioni che ho buttato giu' su questo, come su tanti altri quaderni. Butto giu', butto giu'. non so perche'. Mio figlio lo sa, secondo me, che la sua mamma non e' come tutte le altre. Che si mette i tacchi, prende il computer e gli chiede di sdraiarsi con lei nell' erba per scattare questa foto, una domenica,

e di scegliere tra questa e molte altre quella da pubblicare in un articolo, uscito su "Gioia" in questi giorni ...

Anche se si tratta di poche righe, leggere di me su una rivista mi ha fatto effetto. E per questo ringrazio Paola. Non me, un' altra Paola.

In un momento come questo, in cui, giustamente, ci sono madri che escono allo scoperto e dichiarano apertamente che il post-parto e' stato allucinante, con tanto di desiderio assassino ( la butto sul ridere apposta ), io voglio gridare ad alta voce che per me non e' stata cosi'. Sono stata anche io depressa, ma io non ho mai desiderato di liberarmi di mio figlio, non ho mai provato fastidio quando piangeva, non ho mai trovato pesante allattare.

Sono stata e sono rigida con mio figlio in tante cose e non sono una mamma melensa. Ma, pur sapendo che non e' il concetto di amore ad essere messo in discussione, per me era importante ribadire questo. Il concetto di amore, che va oltre l' autonomia, l' apprensione, la rigidita', le regole, gli ormoni del post-partum. VOGLIO che a mio figlio - di questi giorni, di questo blog, di questa vita - rimanga l' amore. Solo e solamente quello.

lunedì 22 febbraio 2010

che brutto avere la testa piena e non notare i fiori che nascono

In campagna sono spuntate le prime primule e io non me ne ero nemmeno accorta. Me le ha portate il moschettiere. Che brutto avere la testa piena e non notare i fiori che nascono. Me la immagino dentro: vedo tanti piccoli pasticceri che farciscono le pieghe del mio cervello con la crema. Dovrebbe pesare di più, quindi. E ancorarmi alla terra. Invece no. Io che adoro il suo profumo, che vivrei con le mani dentro a cercar lombrichi e spiare semi che dormono, non riesco a stare attaccata alla mia amata terra. Sarà per i tacchi 12? Non credo.

Ho seminato l' aquilegia ( non è meravigliosa? ) nella speranza che si aggrappi alle pertiche che pianterò nel terreno. Magari prima devo piantarle queste pertiche, se no come fa ad attaccarsi, povera aquilegia. E' come se sapessi che devo farlo ma non lo faccio. E' come se sapessi cosa devo fare ma non riesco a farlo.

Però in realtà non so cosa devo fare. Il mio futuro è nelle mani di persone che hanno abitato il mio passato. Ma non ho scheletri nell' armadio. Ho sempre sbattuto tutto fuori, alla luce del sole. Non sono una persona riservata, pudica. Le macchie sui miei panni sporchi le hanno sempre viste tutti i vicini. E non solo. Nonostante questo, è come se mi sentissi una ladra. Come se nella mia scatola segreta, anzichè conservare biglietti, fiori, ricordi, tenessi bugie e menzogne. Come se.


Anche Francesco ha una scatola. Da quando è nato. Avrei tanto voluto che mia madre avesse cercato di trattenere il suo, il mio passato. Invece sembra tutto sfumato. Avrei voluto una scatola con i biglietti dei treni che prendevano i miei genitori, un nastro per i capelli di mia madre, una lettera. Magari quella che legge in questa foto messa di traverso.

Avrei voluto che non si fosse difesa dalla sofferenza con il muso duro. Ma forse per lei è stata l' unica arma che aveva a disposizione.

Io, che in generale sono molto fisica, a volte vivrei solo di parole e pensieri, problemi e sogni. Vorrei spiegazioni, certezze, soluzioni immediate. Vorrei un libretto di istruzioni per i sogni. Non per i problemi, per i sogni.

Ma ha sicuramente ragione il moschettiere, quando viene a prendermi in cima ad una collina solo per abbracciarmi. Senza dire niente.

Ci credo. Basta guardarmi negli occhi per vedere cosa penso.

Sono come un libro aperto. Basta azzeccare la pagina ( E qui sta il bello ).

domenica 6 dicembre 2009

io e il Moschettiere

Il Moschettiere è un ruvido gentiluomo.
E' un mix di selvaggio e galanteria.
E' uno che propone di andare a bere una bottiglia di champagne seduti sulla collina a guardare le vigne al tramonto - e io già mi sono messa gli stivali di gomma e la camicetta di seta e sono pronta per andare.
E' uno che potrebbe fare l' orto in smoking - e io lo seguo col vestito in chiffon.
E' uno che quando litiga corre fuori a piedi nudi e urla nel prato - e io lo guardo appoggiata allo stipite della porta un po' ridendo un po' piangendo.
E' uno che poi torna dentro e mi ama come nessuno mai.
E' uno che quando arriva a prendermi, si precipita giu' dalla macchina per aprirmi la portiera ma poi non dice cose sdolcinate - e io lo guardo con la coda dell' occhio e comincio a parlare parlare parlare.

E' uno che adora andare all' Ikea a comprare le decorazioni dell' albero di Natale, e stare li' per ore, seriamente interessato ad ogni piccolo oggetto - e io lo guardo perchè sembra un bambino.
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E' uno che per il compleanno mi regala un viaggio a New York ma, se mi rompo la caviglia e non posso partire, allora mi porta in montagna in braccio nella neve. Ed esce presto presto a prendere le brioches - e io fuori guardo l' alba.
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Stasera torna anche Francesco. Gli porto le decorazioni per l' albero. Noi due abbiamo una tradizione da rispettare.
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Nel frattempo il Moschettiere ha fatto una pausa dalla lettura del suo quotidiano e si è preparato una tazza di karkadé. Non capisco se la faccia schifata che ha è per il karkadè o se non ha più voglia di stare in posa perchè io possa creare questo suo ritratto.
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Ok, vado a zampettare nella neve ( come dice il Moschettiere ).

giovedì 18 giugno 2009

tramonti di prati e albe di città

Oggi ricomincio a lavorare dopo un paio di settimane di pausa.
Il primo ostacolo da superare è stato vestirmi, perchè quando sono in quel giardino io mi metto bella biotta ( cioè in costume, non pensate male. E' solo che mia zia Micheline non riesce proprio ad accettare la cosa e scuotendo la testa dice: "sei come tua madre" ... ).
Francesco è andato al mare con la nonna e ci starà due settimane. Tornare nel traffico milanese e pensarlo mentre nuota con i suoi braccioli mi riempie il cuore di felicità e tristezza insieme.
Poi mettere piede in showroom con le spalle ancora calde dal sole e scure di lentiggini, l' aria condizionata, il telefono che suona, gli appuntamenti da fissare, volti vecchi e nuovi da affrontare.
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Da questa vacanza ho imparato una cosa: che "Si è così profondi, ormai, che non si vede più niente. Soltanto l'intelligenza che sa essere leggera, può sperare di risalire."
L' intelligenza leggera, sottile, spensierata che ti porta su una collina fischiettando una canzone, a mangiare pane e salame e bere birra su un prato. Mentre il sole va giù e tu risali, ti rivesti, ti metti nella macchina calda e da brava milanese stai attaccato al culo di quello davanti e suoni il clacson, ti siedi alla scrivania e ti specchi nel monitor del computer.
Questa è la tua alba - il tramonto è andato, ma non dimenticato.
In un attimo sei consapevole che la leggerezza ti ha fatto vedere ogni cosa e goderne.
E sai che anche tuo figlio ha potuto farlo.


NORAH JONES - SUNRISE

venerdì 15 maggio 2009

pagine bianche di un diario da scrivere


E' buffo come il leggere storie di persone che non si ha mai incontrato porti a legarsi alla loro vita, alle loro emozioni.
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Credo sia questione di chimica, come nell' amore. Se io - ferro - e tu- carbonio - ci uniamo, diamo vita ad un' unione forte come l' acciaio.
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Ma l' unione non è necessariamente fisica. Si può creare un legame sorretto da pensieri scritti di notte, quando i bambini si sono addormentati, o al mattino prima della colazione, del treno, dell' ufficio. Un legame sorretto da passaggi fugaci, commenti sentiti, foto, storielle, storiacce, grandi avventure e lunghe poesie.
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Poesie buttate giù da dieci, cento, mille mani - dieci, cento, mille mamme. Che in comune hanno l' aver dato la vita e l' aver deciso di raccontarla, questa vita, nel bene e nel male. Nel BENE e nel male..
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Beba mi ha passato il testimone ed è a lei che dedico la mia rima. Perchè, in un giorno triste come questo, possa aiutarla a far riaffiorare solo ricordi felici da scrivere su un diario dalle pagine bianche, bianche come l' inizio, come l' oblio..
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Questa è la poesia, la mia è l' ultima rima..
Mille pensieri nella mia mente, ne afferro uno velocemente (miks)
Parla di infanzia, ricordi, canzoni, tornano in mente vecchie emozioni (beba)
Mamme che ballano, orsi da stringere, pagine bianche di un diario da scrivere ( paola )
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Passo l' arduo compito a Caia , che, se vorrà, lascerà tra queste righe un po' delle sue emozioni di quasi mamma.
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Spero che tutti abbiano una storia ancora da scrivere. Su un diario dalle pagine bianche. Non come l' oblìo, ma come l' inizio di qualcosa di bello.

foto: la prima pagina del diario di nascita di Francesco.