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venerdì 23 maggio 2014

Tornando, pensando.

Lo so, scrivo sempre quando è in arrivo o in corso un temporale. E' che quando c'è il temporale, tranne qualche eccezione, non posso fare altro. 
E poi mi rilassa, insomma.

Sono appena tornata da Istanbul e ho trovato il giardino in mia attesa. Anche là le rose trionfavano, ma Istanbul è la città dei tulipani e non c'è paragone.
Mentre tornavo, pensavo alle tante volte in cui ci sono andata e ai tanti angoli che ancora mi sfuggono, mentre altri ormai mi accolgono come se abitassi lì sempre.
Pensavo anche che io a Istanbul vivrei, andrei a viverci domani, appena fuori, o in uno dei quartieri più verdi, dove potrei far crescere la Passiflora senza metterla in casa. Francesco ama Istanbul. Potremmo passare le domeniche mattina a Bebek, uno dei mie quartieri preferiti, a guardare le petroliere andare verso il Mar Nero. Tipo Pamuk. (Che noia Pamuk, comunque).
Pensavo, osservando le persone sull'aereo, esattamente come faccio in metropolitana a Milano, che è difficile viaggiare per lavoro, sempre. Tornare negli stessi posti senza conoscerli, prendere taxi e chiudersi in riunioni fiume. 
E poi pensavo che a casa c'era il mio bambino, abbracciato alla sua nonna che ormai è un po' vecchina e si stanca subito. Che lei mi aiuta sempre, borbottando, ma mi aiuta. 
Pensavo che avevo comprato delle belle scarpe, sì, ero soddisfatta. E mentre questi pensieri scorrevano nella mia testa, un bagliore: il mio trolley...ecco, il mio trolley dove diamine era?

Per la cronaca, il mio trolley era rimasto al duty free dell'aeroporto, da cui ero corsa verso il gate carica di giubbino e altre borse, saltellando sulle mie scarpe nuove, che erano -sono- esattamente del colore che volevo.
E mentre scrivevo questo post, ricevevo una telefonata dall'ufficio Lost and Found dell'aeroporto di Istanbul, che mi comunicava che avevano ritrovato il mio trolley e quindi anche la borsa, le due paia di scarpe e i vestiti che c'erano dentro.
E anche la maglietta del Galatasaray con la scritta "10 Sneijder" che voleva Francesco.

Il Moschettiere dice che ne era certo che l'avrebbero ritrovata. Io ero senza speranze, ovviamente. Che posso farci, mi ero già consolata con le scarpe nuove. E Francesco, dal canto suo, si era già rassegnato al fatto di avere una madre così, che corre come una ragazzina verso il gate, con le scarpe del colore perfetto.


p.s. Leggetemi anche qui e qui!

martedì 3 dicembre 2013

I sogni, secondo noi


Nella nostra casa ci sono molti oggetti: foto, gingilli, libri, lampade, scatole, un mappamondo, rubinetti turchi, un cucù, piante (che vivono e quindi non dovrei definirle oggetti).
Ogni anno, in questo periodo, si aggiunge il calendario dell'avvento, che di solito diventa qualcosa che si integra perfettamente con quello che già c'è in casa. Quello di quest'anno è stato appeso in cucina, tra la fila di lampadari che abbiamo sopra al tavolo. Dentro ogni sacchetto ho messo una caramella e un biglietto con un suggerimento per Francesco.

"Non avere confini, il mondo sarà la tua casa"
"Apriti agli altri con amore, alcuni ti tradiranno, altri di daranno tanto"
"Non giudicare nessuno, fai parlare le persone e cerca di capirle"
"Sii amico di tutti"
"Da tutti c'è da imparare, anche dai bambini"

E così via.
Non so quale peso avranno per lui queste parole, ora. So che le conserverò e gliele ricorderò di tanto in tanto, per essere sicura che si ricordi di essere umile e aperto ad imparare, scoprire, provare, andare oltre.
Tra la frasi, le mie preferite sono quelle che lo spronano a non mollare mai, ad andare dritto per la sua strada senza aver paura. E quelle in cui gli parlo dei sogni, dell'importanza che hanno nella sua vita, insieme alla magia. 
Una volta mi ha chiesto se esiste, la magia.
E io gli ho risposto con un biglietto appeso tra i lampadari della cucina. E' quello del 24 Dicembre.



Secondo Francesco i sogni sono importanti, bisogna cercare di ricordarseli ogni mattina e, se possibile, continuare a sognarli anche di giorno. "Fai bene", dico io. 
Per diventare sospettosi e cinici c'è tanto tempo. Per diventare persone tristi, ce n'è ancora di più. 

P.s. Anche questo mese vi segnalo quello che abbiamo creato io e Francesco nei giorni scorsi. Date un'occhiata qui, qui e qui. A presto. 

venerdì 1 novembre 2013

Il bosco, oggi.

Non scrivo qui da diversi giorni. In realtà, negli ultimi mesi sto scrivendo pochissimo e di questo mi dispiace molto. Questo diario non è diventato meno importante di altri spazi, anzi, proprio perché lo considero una "scatola" in cui riporre le emozioni, le parole, i fatti che scorrono nella mia vita, vorrei riuscire a buttarli dentro tutti, magari in ordine, ben riposti. E' che arrivano in fretta e io li vivo intensamente, come ho sempre fatto, senza però fermarmi un attimo e fermarli nella memoria anche attraverso questo mezzo.

Questa mattina, invece, mi sono seduta in veranda e ho chiuso gli occhi. Mi sono fermata. 
Mi è venuto in mente quando ero piccola e tornavo dal mare guardando fuori dal finestrino della macchina e fremendo per arrivare a casa. C'erano tanti pioppeti - io amo i pioppeti, anche se per molti amanti del verde non sono granché. Quando vedevo i pioppeti, insomma, io sapevo che non mancava molto all'arrivo. E poi ritrovavo la mia cameretta e mentre papà scaricava la macchina, mamma iniziava a mettere su la pentola con l'acqua per cucinare una pasta. Era sempre l'ora di pranzo quando rientravamo dalle vacanze.
E avevo sempre la schiena bruciata, perché non mi stendevo mai al sole, giocavo giocavo giocavo sulla sabbia.

Abbiamo spostato la rete di confine del nostro terreno. Adesso un pezzo di bosco è incluso nel giardino e io ogni tanto vado a passeggiare lì, anche se è da sistemare -e ci vorrà del tempo- ma non mi disturba saltare le radici che sono ancora da togliere o farmi strada tra i rami secchi da bruciare. Le piante mi danno respiro. Le piante mi fanno vivere e so che questo l'ho ereditato da mio padre. 
Lui che si affannava a sistemare il giardino della casa al lago e insisteva perché andassi con lui a fare un giro al giardino botanico, al mare. 
Io che adesso pagherei per essere lì, seduta insieme a lui sul bordo di quel piccolo laghetto accanto alla fontana che mi ha suggerito il nome di mio figlio.
E' solo che da sedici anni non posso più farlo con lui che oggi, in questo giorno di sole in cui il bosco è meraviglioso, mi manca da impazzire.

lunedì 14 ottobre 2013

Delfini

Erano quasi le sei di sera, quasi il tramonto. E noi fluttuavamo in canoa su un piccolo affluente del Rio delle Amazzoni, verso la nostra capanna. Avevamo trovato quel posto telefonando ad un tipo scovato sulla nostra adorata Lonely Planet Brasile. 
Era stato un viaggio lungo da Manaus. Avevamo gli occhi pieni di tutto e i cuori un po' spaventati dai piranha e dai caimani, dai racconti sulle anaconde e dai colori di quell'acqua che chissà cos'altro nasconde.

Erano quasi le sei di sera, dicevo, e abbiamo visto dei delfini. Rosa. 
Io per anni l'ho dimenticato. Poi stasera ne ho sentito parlare e, un flash: quel tardo pomeriggio, noi con le guance rosse, le zanzare che riempivano l'aria, la voglia di rimanere lì, in quella cornice di mondo che non era più mondo ma paradiso, i delfini di fiume che accarezzavano l'acqua e sfioravano la canoa.

I delfini hanno segnato un po' la mia vita, la nostra vita. 
E Francesco è un po' un delfino: a volte giocherellone, a volte silenzioso e riservato. A volte maldestro, mai fermo, a volte sinuoso e delicato. E' un delfino perché ha una testolina che lavora sempre e avverte gli stimoli che gli arrivano, li trasforma, li fa suoi e poi ti sorprende.

Io e le cose dimenticate nel tempo. Le persone che sono state di una vita fa e poi ritornano, per caso. Oggi ho parlato con un'amica di quella vita ed è stato bello. E' stato come quella sorpresa che mi ha regalato il fiume, quel quasi tramonto di dieci anni fa.

lunedì 7 ottobre 2013

Pensieri da una veranda con intorno la pioggia

Questa mattina stavo aspettando una persona, in macchina, sotto la pioggia. Guardavo le persone passare: il muratore con il camion, la signora con la borsa della spesa, il tabaccaio che tirava su la serranda del negozio, il tipo in giacca e cravatta che correva a prendere la macchina guardando l'orologio. Mi sembrava di essere in uno di quei libri illustrati da Richard Scarry -avete presente, no? Quello di Sandrino. 
Scene di vita quotidiana. È che questa mattina mi sembrava diverso. 
Mi sono chiesta se fossero felici di fare quello che fanno, di correre o di andare lentamente verso il supermercato con la borsa di paglia. 

Quando sono arrivata a prendere Francesco a scuola, dopo aver fatto qualche commissione, ero un po' giù, dannata pioggia autunnale che ti entra nelle ossa e nella testa. 

Abbiamo acceso la stufa in veranda e in questo momento Francesco, dopo aver fatto un compito in cui gli veniva chiesto di parlare (ancora) di vacanze, sta guardando un cartone animato dove una tipa comunica con gli animali. Esattamente come io faccio con le piante (e anche lui).

C'è anche che poi questa mattina un mio amico mi raccontava che ha incontrato un signore anziano, amico di suo padre, che si ricordava di quando era piccolo e l'ha commosso dicendogli che l'ha visto nascere. E sí, anche questa è una storia semplice, di vita quotidiana, ma poi ci siamo detti che noi due siamo persone sensibili e anche io un po' mi sono commossa.

Vabbè, questo è un post cosí, di pensieri buttati giù in una veranda che ha intorno la pioggia. 
Vado, nel cartone animato qualcuno ha appena sparato un rutto e devo riportare Francesco nella realtá. Spegnendo la tv e aprendo un libro.

(A proposito di autunno, di foglie gialle e rosse -che sono sottointese- e di compiti, ecco qui, qui e qui quello che io e Francesco abbiamo preparato)

venerdì 14 giugno 2013

Una giornata intensa, molto intensa

Ieri mattina ho dato l'esame finale del corso di progettazione del verde. È stata un'enorme soddisfazione, un po' perché è stato il risultato di un anno di lavoro, un po' perché mi è stato detto che il mio progetto aveva una bella impronta personale, in cui il mio approccio al colore traspariva molto. E a me piace quando gli altri capiscono l'importanza che ha il colore per me.


Poi sono passata a prendere mia madre e abbiamo pranzato insieme. Nonostante le sue chicche mi abbiano fatto come sempre sorridere (e decisamente vergognare), quando penso ai momenti che trascorro con lei li trovo preziosi. Preziosi davvero.

Mentre lei, seduta sulla panchina all'ombra in un parchetto di Milano, guardava inorridita lo spettacolo di un signore che sfoggiava i suoi attributi girovagando tra i vialetti, io ho affrontato un colloquio che si è rivelato decisamente impegnativo.

E poi l'ho accompagnata in stazione e lì ho trovato un'amica. Abbiamo fatto una passeggiata fino al posto in cui abbiamo ascoltato il discorso di una persona che volevo incontrare da tempo. Mario Calabresi mi ha regalato ancora speranza, come quel giorno in cui ho letto uno dei suoi libri tutto d'un fiato, con l'adrenalina in corpo, la pelle d'oca e, soprattutto, la voglia di alzarmi e correre come una matta verso i miei sogni.

La sera, tornata a casa, non sono riuscita a dormire subito. Ho letto qualcosa della persona che considero la mia maestra in giardino, Vita Sackville West. E ho sognato fiori, fiori e ancora fiori. 

venerdì 31 maggio 2013

Mi succede ancora

...di tornare bambina. Nelle risate, nelle scoperte, nelle delusioni.
A volte guardo Francesco e mi sento come lui quando mi chiede di fermare la macchina per raccogliere un fiore. O forse è lui che è come me.
Beh, lui ha quella cosa che si butta sul divano piangendo perché è rimasto male per qualche cosa. E io vorrei fare lo stesso: piangere in modo straziante, con le lacrime grosse, rotonde, e farmi diventare le guance rosse come le sue. E poi, se mi fanno il solletico, incomincio a ridere e mi dimentico il dispiacere.
Francesco ora sa riconoscere alcune piante guardando le foglie o la corteccia. Mi viene da piangere quando mi fa queste cose.

Il Moschettiere ieri sera è arrivato a casa con un regalo per Francesco. E lui, che odia il calcio, ha giocato a pallone per un bel po' prima di cena.
Rientrando in casa mi ha detto "Per amore, si fa anche questo".

p.s. Ehi, anche io ho avuto un regalo (disse Paola con gli occhi a cuore)

giovedì 2 maggio 2013

La mattina, i bambini.

Quando accompagno Francesco allo scuolabus ci sono sempre due bambini - che avranno più o meno 10 anni - che sono già sul pulmino. Arrivano dalla "Casa dei bambini", così la chiamiamo noi, una casa-famiglia che si trova appena sopra la salita di casa nostra in cui vivono ragazze madri ma anche bimbi che non possono stare con i loro genitori o che sono stati abbandonati.
Ecco, io, quando saluto Francesco dicendogli "Ciao amore, ci vediamo oggi", vorrei allungare la mano e dare una carezza anche a quei bambini. 
Lo so, cado nel patetico, ma a me dispiace.
Perché la mattina, i bambini, si svegliano che sono profumati e poi vogliono un bacio. Non hanno voglia di fare niente perché devono andare a scuola. 
La mattina, i bambini ti raccontano i loro sogni e i sogni sono segreti importanti da custodire, non si possono dire a tutti. 
La mattina, i bambini hanno la cartella che pesa e devono anche salire sul pulmino. Spesso inciampano.
A volte li vedo tutti insieme, che vanno a fare una passeggiata con le ragazze che a turno lavorano lì. Sono di tutte le età, alcuni neonati. E a me viene da piangere.

martedì 11 settembre 2012

Il sesto senso (delle donne, di certe donne)

Il sesto senso è un po' una fregatura: fa fare della dietrologia, pur non volendolo. E la dietrologia fa male, molto male.
Non solo, a volte manda in delirio da onnipotenza. Se hai azzeccato una volta, perché non potrebbe essere sempre così? Presa dall' ebbrezza dei tuoi successi, dimentichi di concentrarti sul vero problema (che a volte è: sto sbarellando e penso di vivere in un film oppure è tutto plausibile?) e passi il tempo libero a pensare di trovare risposte stupide a domande altrettanto stupide: se fossi Caio cosa farei in quel tal giorno a quella tal ora? Perché ha scritto quella cosa con il punto esclamativo anziché un punto semplice? Come mai prima usciva di casa - anzi: Come mai prima cominciava a twittare alle 8.00 e ora lo fa alle 8.01? C' è qualcosa che non mi torna (come dice sempre Francesco).
Non hai pace. Ma ti diverti, pure. E il tuo sesto senso ti dice che avrai ragione.
Poi, diciamocelo, abbiamo un po' tutti la tendenza a fare della psicologia spicciola e a categorizzare le persone. 
"Ma sì, dai, si vede che quella/o è così, così e anche così. Fa così, così e anche così" 
"Ma non fa  anche così!" 
"Oh, beh, quante storie. Avrà l' ascendente in quel tal segno. O sarà successo qualcosa. E' per questo che non ha ancora fatto quello che pensavo che facesse. (E che farà a breve)".
E vai avanti con la certezza che tu c' azzecchi sempre e sai cosa farà, dirà, scriverà (la gente, in generale). Ma non perché sei presuntuosa. E' proprio l' ubriacatura che regala il sesto senso.
Finché non centri davvero il punto e (quasi) tutto quello che hai previsto si realizza.
Beh, non sempre sei così felice di essere la vincitrice.
Per fortuna, a parte casi sporadici che non mi riguardano in modo diretto, ultimamente sbaglio. Tutti i miei "sospetti" si frantumano di fronte a verità che tocco quotidianamente (e che spesso noto con del ritardo).
Non credo comunque che la mia sensibilità sia calata né calerà mai. Avverto sempre quella cosa che spesso mi fa scrutare dentro le persone (e le loro parole, anche scritte) perché sento vicini i loro pensieri e i loro gesti.
Da un certo punto di vista è una fregatura - è vero - ma la sensibilità regala anche emozioni uniche. A me piace avere sempre la pelle d' oca, anche solo guardando il cielo sopra casa mia, le colline che mi girano intorno, i fiori di campo, i miei uomini che lavorano vicino a me.

lunedì 27 agosto 2012

Agosto (magia di)

La parola d' ordine di questo agosto è stata "MAGIA".
La magia dei saltimbanchi sulla collina, delle lucine attaccate all' albero dei cachi, dei peperoncini rossissimi - abbinati alle espadrillas a righe di Francesco, della marmellata fatta con le nostre albicocche, della sera - prima del tramonto - davanti alle colline, di come la carta e la colla possano formare delle buste porta-caramelle ma anche di come un insetto possa convivere con una pianta grassa appeso al lampadario della veranda.
Dell' amicizia di tre bambini che hanno condiviso colazioni, pranzi, cene, letti, salti, palloni, corse, letture sui ragni e insetti del mondo, il film di Harry Potter prima di andare a dormire. E non hanno mai litigato.


p.s. quando Francesco è partito per il mare con il suo papà, io e il Moschettiere siamo partiti per un giro delle Alpi - dalla Slovenia alla Francia passando per Austria, Alto Adige, Dolomiti, Svizzera.
Vorrei raccontarvi presto di queste Stylish Alps, alla mia maniera.

mercoledì 25 luglio 2012

Passionalità

Sono una passionale. Ho ereditato da mia madre la poca diplomazia e il poco auto-controllo. 
Un po' sono cambiata, negli ultimi anni. L' impulsività rimane uno dei lati predominanti del mio carattere, ma succede anche che rifletta - magari anche un secondo dopo essere esplosa - e che sappia cambiare strada. O strategia (anche se non amo la parola "strategia", mi ricorda un gioco sporco).
E se a volte fatico a riconoscere la donna furiosa, irruente, che mi si presenta davanti e me ne vergogno, altre volte mi piaccio, in questa mia passionalità.

Due secondi fa ero al telefono con il Moschettiere e, visto che mi ha chiamata proprio mentre mi veniva l' ispirazione per questo post, gli ho chiesto se la parola "passionalità" esisteva davvero (a volte sì, faccio questo tipo di domande). 
Forse lui non si ricorda quando, un giorno estivo di tre anni fa, gli ho chiesto quale aggettivo avrebbe usato per descrivermi. Beh, lui ha risposto "appassionata". E io mi sono buttata dentro questa definizione con un tuffo di testa.

Il fatto è che anche lui è un passionale. Se ci fossimo conosciuti in un' altra epoca, secondo me saremmo stati una coppia di artisti stravaganti e squattrinati in giro per il mondo. Tipo due teatranti pieni di voglia di fare, creare, stupire. Passionali mangiatori di vita e di arte.
Ci vogliamo bene. Siamo un po' strani ma ci vogliamo bene.

In questi giorni in cui mia madre dorme da noi per aiutarci con Francesco, la vita non è sempre facile. Tre passionali in una sola casa.
Francesco, che dei quattro è quello più prudente - sia con le parole, sia con le azioni (ma, giuro, è mio figlio, anche se non si butta nelle cose, non mangia Nutella e non beve Coca Cola), osserva tutti dal suo posto a capotavola e poi, prima di dormire, mi fa domande strane sulla mia vita precedente alla sua nascita, su quello che mi piaceva e mi piace.
Mi chiede di elencargli i paesi che ho visitato. Si interessa all' India ma qualcosa mi dice che alcune foto scattate lì lo hanno un po' scioccato. Parla spesso di Istanbul. Gli è entrata dentro.

E poi riceve in regalo dalla sua fidanzata delle strane carte del supermercato con le immagini di ragazzini che si spacciano per cantanti, oltre ad una serie infinita di quegli orrendi bracciali di gomma dalle forme strane.
E' molto timido in pubblico. Questo lo ha preso da me. E non fa una cosa se non è sicuro di farla bene. Questo NON l' ha preso da me.
E' difficile infondergli sicurezza, in questo periodo fitto fitto di novità.
Ha deciso che da grande non farà più il supereroe o il calciatore, ma lo studioso. (!)
Il calcio, dice, continuerà ad essere una sua passione.
A me, per ora, basta che abbia capito che lui è libero e amato.
Libero e amato. Con tantissima passionalità, come ci amiamo tutti in questa famiglia.


giovedì 19 luglio 2012

Ieri sera. E stanotte.

Ieri sera, dopo doccia e cena, ero tutta profumata e spalmata sul divano con Francesco. Giocavamo a "trova le differenze" speluccando due vignette in cui Winnie de Pooh e Tigro saltellavano felici.
Questo fino a quando il Moschettiere, al rientro dal suo "giro animali", mi chiedeva di aiutarlo a mettere Geranio in macchina e a portarlo dal veterinario. Secondo lui non avrebbe superato la notte.

Mi sono cambiata, ho legato i capelli profumati di shampoo, ho affidato Francesco alla nonna e accompagnato il Moschettiere da un nuovo veterinario che ci è stato segnalato come esperto di ovini e caprini.
Belloccio, il tipo - anche se un po' bassino. Peccato che l' ambulatorio fosse sporco da dare la nausea e che lui puzzasse più di Geranio (a detta del Moschettiere, che gli si è avvicinato più di me).
Mentre loro due incaprettavano l' agnello, lo anestetizzavano (il Moschettiere ha dato 42 esami di veterinaria, ma questa è un' altra storia) e gli tagliavano ulteriormente la gola per capire i danni che i denti di Tosca avevano fatto all' interno, io sentivo di essere sul punto di svenire. Non so se perché a 50 cm da me c' era il collo squartato di una pecora (con tanto di vene, legamenti, nervi belli in vista) o se per l' insieme di sporco, puzza, sangue.
Purtroppo non è servito a nulla sedermi su una sedia. Ho davvero temuto di cadere spiaccicata su quel pavimento pieno di peli (di cui alcuni sporchi di sangue), insetti e terra. Così ho chiesto aiuto e una signora - credo parente del veterinario - mi ha portato fino al bagno, in un percorso che comprendeva il passaggio accanto ad un barbeque dove stavano cuocendo le salamelle e ad una serie di stalle o non so cosa che emanavano un odore insopportabile (soprattutto se si sta procedendo senza vedere nulla  e con terribili conati di vomito per la pressione bassa).
Alla fine me la sono cavata. Ho cominciato a sentirmi meglio.
Seduta sui gradini di quella casa, con le gambe ancora tremanti per lo sbalzo di pressione, ho pensato di essere una donna davvero molto singolare. Non tanto per aver lasciato con convinzione un appartamento di città climatizzato e completo di ogni comodità, ma per aver abbracciato con ancora più convinzione la vita di campagna e tutto quello che ne consegue (che non significa avere una casa in campagna in cui trascorrere i week-end, ma qualcosa di ben più profondo).

Al ritorno, in macchina, con Geranio che belava al Moschettiere, lui mi teneva la mano. A volte crede che certe cose siano scontate, altre volte so che si rende conto di tutto.
E poi stanotte. Stanotte è nato un bambino. Sono felice. Sono felice. Sono felice.
Non so quali cambiamenti ci saranno nell' immediato per tutti noi, ma so che mio figlio non sarà mai solo. Lo considero un grande, enorme regalo per lui, ma anche per me.
E in questi giorni in cui, ancora sopraffatta dai romanzi di Rebecca West, mi scopro a pensare alle cose con parole obsolete ed eleganti, rido tra me e me e sogno le frasi giuste per accogliere questo bambino che, insieme a suo fratello, è il giocatore più importante della nostra grande squadra.

domenica 3 giugno 2012

Essere amici in campagna

Essere amici in campagna vuol dire potersi dare appuntamento in un prato, rincorrere le oche, dare insieme l' erba alle pecore.
Essere amici in campagna vuol dire giocare a pallone senza i limiti di un muro di case, regalare una margherita ad una bambina ma poi snobbarla per andare a fare la pipì contro un albero insieme a tutti i maschi.
Essere amici in campagna vuol dire montare le tende e chiacchierare lì dentro fino a notte fonda, anche se il giorno dopo c' è il torneo di calcio.
Essere amici in campagna vuol dire svegliarsi per guardare due mongolfiere che passano, bere un bicchiere di latte seduti su una coperta buttata sull' erba.
Essere amici in campagna vuol dire sapere che i fiori, gli alberi, gli insetti, i frutti sono preziosi come sono preziosi i bambini. E gli amici.




lunedì 30 aprile 2012

Mattino {live from Istanbul}

Mi sono seduta sul letto. Francesco e il Moschettiere dormono qua accanto a me.
Mia madre nella stanza accanto.
In effetti sono le 6 del mattino e, calcolando il fuso, in Italia sarebbero le 5.
Ma la preghiera che arrivava da un minareto molto vicino mi ha svegliata un' ora fa. O meglio, ero già sul chivalà e quel forte canto microfonato mi ha dato il colpo di grazia.
Questa notte qua fuori è successo di tutto. Ad un certo punto pensavo che stessero spostando una casa. Ora si sentono le navi che arrivano e i gabbiani che le seguono. Quasi silenzio.

L' appartamento che abbiamo preso è proprio accanto alla torre di Galata, nel quartiere italiano.
Anzi, genovese. È il mio preferito, qui a Istanbul.
Per la posizione, lo stile delle case - vecchie - e per il fatto che pur avendo qualcosa di turistico, è frequentato da istanbuliani. Questo appartamento è bellissimo.

Da uno dei balconcini si vede il mare. I proprietari hanno lasciato dentro tutto e il ragazzo che ci ha dato le chiavi mi ha persino detto che posso prendere i vestiti che voglio e metterli. Non esageriamo. Anche se la tentazione è molta, la ragazza ha del gusto.

In cucina ci sono le pentole appese con l' aglio. In alcuni punti ancora i vecchi stucchi sui muri.

Spero che mia madre questa mattina non si lamenti troppo del casino di stanotte. Mi vedo già mentre litigo con lei attraversando il ponte di Galata e godendo - comunque - di quel vento che solo lì c' è.

Di quel profilo, con i minareti e il promontorio del Topkapı, di quei pescatori che ti guardano quando passi ma se ne fregano anche.

Tutti continuano a dormire, qui. Io proprio non ci riesco. Buongiorno, mia Istanbul.

giovedì 26 aprile 2012

Gli uomini della mia vita

Per molti anni dopo la sua morte, ho ricordato mio padre solo da malato. Poi, improvvisamente, ho ritrovato tutte le mie immmagini di bambina con lui. In mezzo poco, chissà come mai. 
Oggi lo ricordo come un uomo brillante che intratteneva gli amici, rideva, scherzava, spostava i mobili del salotto per ballare il bougie bougie con mia madre. 
Poco prima di morire, una mattina, mi ha parlato di cieli e mongolfiere. Quel giorno ho giurato a me stessa che non avrei mai smesso di sognare, proprio come aveva fatto lui. Pretendeva molto da me a scuola e non posso non dire che mi metteva soggezione e avevo paura tornando a casa con un voto mediocre. 
Ma mia madre dice che queste ultime cose me le sono sognate. 

Il mio ex-marito mi ha presa tra le sue grandi braccia alla fine di un' estate. Ero appena tornata dalla Russia, dove ero andata a studiare e dove, guardando bambini giocare in un vecchio cortile dall' ultimo piano di un ostello di Mosca avevo pensato che la mia vita era proprio una merda. 
Mio padre era morto da meno di un anno e il mio ex ragazzo mi aveva lasciato dei brutti lividi. Sia fuori che dentro. 
All' inizio, al mio ex-marito, parlavo solo di quanto fossi triste. Lui rispondeva con grasse risate e facendomi riprendere, piano piano, i chili persi per strada durante quell' anno terribile. 
È per questo che l' ho sposato, qualche anno dopo. Amavo la leggerezza innata che lui aveva e io no. 
Placava la mia sete di avventura approvando i miei piani di viaggio e mi teneva i piedi per terra tenendomi stretta con la sua grossa mole e facendomi coccolare dalla sua famiglia, numerosa e presente. 

Il Moschettiere, invece, ha subito accentuato, anziché smorzarli, questi lati del mio carattere - forse perché siamo molto simili sotto questo punto di vista. Pochi mesi dopo il nostro primo appuntamento, nonostante avessi una gamba rotta, mi ha caricata su un aereo e mi ha catapultata in India, dentro un viaggio che avevo nella pancia da anni. 
Poi mi ha portata a vivere in un bosco. 
Siamo due istintivi. E le nostre litigate hanno spesso del teatrale. 
A volte penso che esprima opinioni opposte alle mie solo per il gusto di vedermi difendere le cose in cui credo con tutta la foga di cui sono capace. Ma so che non è così perché lui è un pacifista assoluto, mentre sono io che vorrei scatenare piccole piccolissime guerre (e poi non lo faccio). 
Quando siamo insieme ci piace sognare, pensare a NY, sistemare la legnaia, invitare gli amici, amarci in veranda (quando c' è la luce giusta). 

Francesco è nato di 3,3 kgs e aveva le mani grandi, come adesso. 
Il mio dito preferito è ancora oggi il mignolo, perché ha una falange piena di ciccia. 
Ha le ciglia molto lunge, come suo padre. Loro due hanno lo stesso naso. 
Ma le ginocchia, le orecchie, il mento e i piedi sono quelli di sua madre. 
È un romantico sognatore e questo mi basta. Anzi, mi appaga di molte cose perché so che un sognatore trova sempre la sua strada. 

 Ieri eravamo tutti insieme. Sì, anche mio padre. E per me è stato bellissimo.

mercoledì 29 febbraio 2012

Per Rossella

Cara Rossella,
questa mattina abbiamo bucato due gomme, mentre il Moschettiere mi portava al treno.
Erano le 7 del mattino. Persi nel nulla, capirai.
Siamo stati ad aspettare 3 ore.
In quelle 3 ore ho letto la lettera che una professoressa di tuo fratello gli ha scritto.
Cazzo, se mi sono messa a piangere.
Posso dirti solo questo: che mi sono messa a piangere. E continuo a pensarci. A riguardare le tue foto. Mi dispiace, mi dispiace terribilmente. Io lo dico sempre, che non sono fatta per questo mondo. Perché non sono una realista, una cinica che riesce a spiegare certe cose, che le guarda da fuori e magari riesce a fare qualcosa. No, io sono un' idealista, una sognatrice romantica che spera e crede nel lieto fine.
Beh, sai cosa ti dico? Che io credo anche in questo lieto fine.
Lo dico sempre anche a mio figlio: "Il bene trionferà".

lunedì 23 gennaio 2012

Francesco

Francesco ha due scatole tutte sue. Una, in un tessuto giallo pieno di grandi fiori, è quella che io gli ho regalato quando era nella pancia. Contiene, tra le tante lettere d' amore che gli ho sempre "mandato", il pezzettino di cordone ombelicale che gli è caduto quando aveva 10 giorni e varie ciocche dei ricci biondi che gli sono state tagliate in questi anni.
Questa scatola è una cosa molto intima. Talmente intima, che non ho avuto il coraggio di fotografarla. Magari un giorno lo farò.
L' altra scatola, rotonda e non molto grande, di un tessuto verde e bianco, gli è stata regalata da me qualche mese fa e un suo caro amico ne ha una uguale a lui. Tutti e due hanno avuto la possibilità di metterci dentro ciò che volevano e che più consideravano importante.

Francesco bacia i fiori. Ama la natura e so che la ama davvero. Cioè, so che mi dice certe cose perchè sa che mi fa piacere, ma so anche che il verde è davvero il suo colore preferito e che lo è davvero perchè è quello delle foglie. Davvero davvero.

La sua scatola verde e bianca ne contiene molte. Le altre sono state messe nel nostro libro delle foglie, belle spiaccicate. E ora dobbiamo andare alla ricerca di quelle che ci mancano.

Francesco un giorno è caduto mentre aiutava la sua mamma a guidare le pecorelle fino al loro recinto. Loro, Gelsomino più di tutte, sono ribelli e scappano sempre. Una gli ha persino tirato una musata e lui, atterrando sul prato, ha mangiato terra e erba.
Ma, visto che è un figo, ha pianto molto poco e ha evitato per un po' di guardare allo specchio la sua faccia graffiata. E poco tempo dopo si è fatto fotografare facendo una smorfia e ha ripreso a lavorare come aiutante del pastore capo, il Moschettiere.

Francesco ha i pantaloni con le bretelle. Una mantella. Le scarpe di feltro blu elettrico che gli ho portato da NY. E gira per casa vestito da Spider Man.
Ha capito che da grande non potrà fare il super-eroe come lavoro. Per questo sarà un grande, grandissimo esploratore.


giovedì 12 gennaio 2012

Di fiori e di vestiti [quali sono i nostri strumenti?]

Non lo nascondo, prima di Natale ho attraversato un momento molto difficile (n.d.a.: francamente, mi risulta difficile giustificare la goduria di certe persone di fronte a questo).
*Momento difficile* nel mio linguaggio corrisponde a *la fine del mondo*. Tanto è vero che, con il senno di poi, mi rendo conto che il Moschettiere mi vuole proprio bene e che il suo sdrammatizzare, che mi fa anche tanto incazzare, alla fine mi salva.
Ma quanto è difficile. Se è vero che tendo spudoratamente e incontrollabilmente a creare tempeste in bicchieri d' acqua, è anche vero che ora mi auto-giustifico dicendo che quello che sono oggi, in questo preciso momento, è il risultato degli sforzi che ho fatto negli ultimi anni e delle salite che ho affrontato, un po' per scelta un po' perchè qualcuno mi ha portato su quella strada. Insomma, ci sono arrivata stanca a questo momento. Non sono una martire, per carità, ma per una come me che ha abitato nella stessa casa per 27 anni è stato facile accusare molto forte il colpo di qualche trasloco, tante tantissime parole (e non tutte felici) e di un definitivo e radicale cambiamento di vita, abitudini, aria. Colpo accusato, ovviamente, quando mi sono fermata.
La cosa che mi preoccupa, ma che mi rincuora allo stesso tempo (!), è che, come basta poco per farmi vedere la fine del mondo, basta altrettanto poco per farmi cambiare la prospettiva delle cose. Capita che sia stremata - non solo stanca - e, improvvisamente, ribaltando le idee nella testa, rinasco anche a livello fisico. Spesso non so giustificare come io riesca ad uscire da certi momenti, perchè credo di capirmi solo io.
Tante volte ci scherzo sopra e illudo me e gli altri che una sessione di shopping possa disinfettarmi le ferite. E invece, anche in questo, io sono strana. Certo, mi fa bene. Ma il mio rapporto con i vestiti è talmente naturale, istintivo, continuo, che non li ho mai visti come uno strumento o, tanto meno, una medicina.
Piuttosto, tendo ad affidarmi ai fiori. Perchè lì sono meno irresponsabile, mi affido ai manuali (e, a volte, alla sapienza popolare, in cui credo fermamente), calcolo i tempi, ragiono. In fondo, mi prendo cura di esseri viventi e sono figlia e suddita devota della nostra grande madre, la Natura.
Con i vestiti, invece, sono troppo diretta, sicura. So benissimo ciò che devo fare, non devo rendere conto a nessuno. E non mi basta comprarne uno - o dieci - per mandar via la tempesta che ho dentro. Preferisco sognare un' intera collezione  (e non mi basta nemmeno questo :D).

martedì 19 luglio 2011

I dialoghi della camera da letto

Ore 21,11. "Perchè non mi rispondi?" (messaggio del Moschettiere).
{Perchè sono sul treno, amore mio. Non ho sentito}
Ore 21,19. Lo chiamo. Non risponde. Chiamo a casa. Niente.
Salgo in macchina e mentre vado verso casa chiamo infinite volte ma nessuna risposta. Diventa buio. Ho un mal di testa da paura, le tempie sono martellate da colpi continui. La gamba, come al solito, mi fa male. Mi fa pensare che l' operazione che ho fatto è stata davvero inutile. Sogno il letto.
Quando arrivo, alle 22,00, vedo che sono accese solo le luci della camera da letto. In effetti avevo detto al Moschettiere di non prepararmi nulla per cena e che mi avrebbe fatto piacere se lui fosse venuto a dormire subito con me, quando sarei arrivata (di solito lui mi raggiunge dopo). {Avrebbe anche potuto accogliermi all' ingresso, però...}
Entro in casa.
Il Moschettiere mi urla il suo solito "Ciao Principessa" dal piano di sopra.
Ma io ho solo voglia di togliermi i tacchi 12 e prendere qualcosa per il mal di testa e di gamba.
Mi raggiunge. Ma io sono già diventata una iena. E comincio a salire le scale per spogliarmi e buttarmi nel letto.

"Perchè non mi hai risposto?"
"Anche tu non mi hai risposto!"
"Ok! Ma io non avevo sentito UNA chiamata! Tu non hai risposto a 10 chiamate! Se mi fosse successo qualcosa? Se avessi avuto bisogno?"
"Ma non hai avuto bisogno! E poi, ho lasciato il telefono in macchina!"
"Ma tu non potevi saperlo! E perchè non hai risposto al telefono di casa?"
"Non ha suonato. Giuro."
"Ha suonato. Solo che tu sei di sopra, nel letto...come avresti potuto sentirlo?"
Nel frattempo sono già nel letto, con gli occhi chiusi. Mi chiedo - tra una risposta al Moschettiere e l' altra - perchè ho la voglia e la forza di polemizzare su questa cosa del telefono. {Ah, già. Perchè questa è l' ennesima volta}
"Amore, ti amo"
"E allora perchè non rispondi al telefono quando ti chiamo? Non eri preoccupato? Io, sola, al buio, sulla strada..."
"Amore, non c' era nulla di cui preoccuparsi. Non è successo niente. Sono qui con te."
"Ho freddo"
"Ti dò anche la mia coperta"
E mi butta tutte le coperte addosso disfando il letto. Poi si alza.
"Mmmmhhhh. Uffa, ho freddo, un mal di testa allucinante, male alla gamba, sono stanca morta, non mi hai risposto al telefono e adesso mi disfi pure il letto???"
Torna con una coperta ENORME (non so nemmeno dove l 'abbia scovata), pesantissima.
Io sto rifacendo il letto. Mi viene quasi da piangere dalla stanchezza. Ci rimettiamo a letto aggiungendo la coperta enorme e pesantissima solo dalla mia parte.
"Amore. Adesso però calmati. Dove hai male alla testa?"
"Ma che cazzo di domanda è?
Il Moschettire scoppia in una grassa risata dandomi della rompicoglioni.{Non me lo spiego...}
Poi mi abbraccia e mi scalda.
Ecco, era questo che volevo tanto. {se mi avesse anche risposto al telefono, però :D}

mercoledì 2 marzo 2011

Tra una cosa e l' altra

Mi lamento sempre, dicendo che ho troppe cose da fare.
In effetti, di sbattimenti ne faccio a volontà. A volte ripenso al fatto che per 27 anni ho abitato sempre nella stessa casa, ho frequentato la stessa gente. Poi basta. Trasferimenti, spostamenti, cambiamenti.
Volevo una vita avventurosa e questa mi hanno dato. Ma, a volte, se non ci fosse la mia campagna che mi rilassa e si prende cura di me davvero non so come farei.
Comunque. In tutti i miei giri, grazie alla tecnologia, riesco almeno a togliermi degli sfizi.
E - questo è l' aspetto che preferisco della rete - ad essere in più posti contemporaneamente: nello studio di un artista, in un negozio di vestiti, in libreria. Acquisto e poi attendo...mettendo a dura prova la mia pazienza.

Tra una cosa e l' altra, ieri ho ricevuto un sacco di oggetti ordinati nei giorni scorsi, per volermi bene.
Per cominciare, è arrivato questo , poi questo e anche questo.

Sempre tra una cosa e l' altra, ieri ho anche cominciato ad assaporare "Lo que està en mi corazon", di Marcela Serrano, ordinato su Amazon.
Per farmi ancora più male. Anzi, per farmi ancora più bene (che non si dice)! E per non dimenticare che lo spagnolo era la mia seconda lingua all' università e quella di quasi tutti i miei romanzi preferiti.

E poi? Poi sono arrivati due dipinti che avevo ordinato, tra una cosa e l' altra, per ricordare la NOSTRA città - Istanbul - e un pic-nic nella campagna francese, durante la prima vacanza insieme. L' artista è Stephanie Levy . Una di quelle persone che ti fanno sentire il contatto di una stretta di mano e di un abbraccio a distanza. Penso proprio che le commissionerò di interpretare un' altro pezzo della nostra vita.

Infine - questa è la prima cosa, non l' altra! - è arrivato anche il libro del mio blog con tutto quello che vi ho - letteralmente - buttato dentro nel 2010.
Ogni anno, tramite Blurb , stampo una copia raccogliendo tutta la nostra storia, sistemando fotografie e pensando che su carta veniamo meglio che in video...:)
(L' anno scorso, da quel libro sono nate tante cose)

Beh, tra una cosa e l' altra (cose, cose, cose!), oggi è anche il compleanno del Moschettiere. Che vuole fare il duro e il filosofo che snobba le occasioni speciali, ma questa mattina sembrava un bambino mentre studiava il suo regalo.

È vero, sono solo "cose", ma quanto parlano di noi?