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martedì 21 ottobre 2014

I miei sogni, ora come allora.

Si dice che il giardinaggio sia più che una passione. È qualcosa che prende il tempo, la testa, le mani. E l'anima. Te la ruba e te la porta lontano, convincendoti che esistono luoghi fatti solo di fiori e colori, dove i boschi sono abitati da folletti e creature che hanno il volto di foglie e le braccia di rami.
Scrivevo oggi ad un'amica: "Chissà se un giorno diventerò cinica o anche solo pragmatica.
Non credo. Per il momento continuo a piantare rose e a portare mio figlio a suonare il pianoforte."

Sto dando la colpa di tutto questo al giardinaggio ma quando sono sincera con me stessa ammetto che ero così anche da piccola: sognavo prati e fiori. E quelle rare domeniche in cui andavamo a trovare i cugini di mio padre che abitavano vicino a Cremona tornavo a casa provando una profonda invidia per quei ragazzi che giocavano nel cortile polveroso di una cascina, lontano dal cemento.
E ancora, quando tornavamo dal mare, il mio momento preferito era quando in autostrada passavamo accanto ai pioppeti, che erano quasi casa ma una casa più bella.

Una bambina, qualche settimana fa, mi ha regalato una corona di foglie, che però assomiglia un po' ad un turbante.
Sono tornata a casa in macchina continuando ad indossarla e solo guardandomi nello specchio sopra al pianoforte mi sono resa conto di averla ancora. 
L'ho appoggiata ai libri che ormai abitano il piano di Francesco e mi è venuta in mente una festa
A volte mi sento fuori dal mondo, poi penso che menti molto più grandi ed esaltanti hanno fatto gli stessi sogni. E hanno fatto persino parlare dei folletti*


* W. Shakespeare, "Sogno di una notte di mezza estate"

lunedì 7 luglio 2014

Francesco compie 8 anni

Oggi Francesco compie 8 anni.

Prima di nascere, verso le cinque del pomeriggio, aveva le lettere che sua madre gli aveva scritto a partire dal giorno in cui aveva fatto il test di gravidanza e aveva sentito un fiume in piena travolgerla. Quel giorno d'inverno in cui di solito ricordava la morte di suo padre. 
Prima di nascere, Francesco aveva i sogni che pulsavano nel cuore di sua madre e sentiva la vita, ne sono certa, e i viaggi in cui se l'era portato dietro, protetto dalla pancia. 
Prima di nascere, Francesco aveva capito che sua madre non sopportava le persone lente e pigre e quindi, rispettando le tradizioni di famiglia, non aveva perso un attimo. 
Prima di nascere Francesco aveva molti progetti e immagini confuse di come sarebbe stato affrontare la vita e amarla, spremerla, non sprecare un attimo, come sua madre gli aveva scritto in quelle lettere appese al soffito di legno della sua camera. 

Poi è nato, ha preso la vita e, con i suoi modi da gentiluomo, l'ha afferrata e ci ha insegnato che si può correre forte per poi fermarsi a leggere un libro nuovo, lanciare un supereroe dal muretto e poi raccogliere un fiore per la nonna, sognare di diventare un calciatore e poi aspettare di avere 8 anni per indossare i primi tacchetti da calcio, quelli desiderati da tanto, tantissimo tempo.

Grazie, Francesco. 

P.s. Oggi non ho parlato di fiori ma sapete che sono sempre nella mia vita. Qui e qui trovate quche consiglio per quest'estate. Per godervela circondati dal profumo, dalla luce e dal colore. 

giovedì 27 febbraio 2014

Le cose importanti

"Da cosa vuoi vestirti per carnevale, Francesco?" "Da niente"
Ecco, bravo. 
Sai, però, quando io ero piccola il carnevale si aspettava con trepidazione. Tutti gli anni speravo di potermi vestire da principessa come quella mia compagna di classe che arrivava in piazza con abiti lunghi e vaporosi, sempre rosa, pieni di pizzi. 
Invece, quando sbirciavo cosa stava cucendo mia mamma alla macchina da cucire, trovavo sempre le frange di un vestito da indiana d'America o il grembiule a fiori di una contadinella. Questo perché tutto doveva combinarsi perfettamente con la parrucca a trecce nere che si tirava fuori per carnevale. 
E prima di andare in piazza a tirare coriandoli, la foto di rito. Io, sui gradini del giardino di casa con il viso paffuto contornato dalle trecce finte e, in mano, un cestino.

Mia mamma, ogni anno, si lamentava perché certi delinquenti le imbrattavano la pelliccia con la schiuma da barba. E io, nonostante tutto, nonostante il mio vestito fatto in casa senza pizzi e merletti, tornavo a casa felice. 
I coriandoli rimanevano in giro per casa per settimane. E quando mia madre pensava di averli eliminati tutti, ecco che ne spuntava un altro, uscito da non si sa dove.

E' strano, ripensandoci, come le cose importanti cambino da persona a persona, da età a età.
Il vestito da principessa ora ha lasciato il posto ad un lavoro gratificante, alla lettura di un buon libro in tutta tranquillità, ad un po' di benessere economico, alle cose che girano bene quotidianamente tra incastri e corse, all'amore ricambiato. Questi sono i desideri di una donna. Niente più vestito da principessa. Troppo futile, non c'è spazio tra gli altri pensieri, ben più importanti.
E invece io, in questo momento, sono così stanca che mi vorrei sedere sui gradini del giardino di mia madre, tra i vasi dove le begonie trionferanno tutta l'estate, e fare una foto con il viso paffuto, la parrucca e il cestino.
Vorrei che i pensieri futili e stupidi e per niente importanti trionfassero su tutto.


A proposito di carnevale e altre cose belle, leggete qui e qui. (E pensate a cose leggere, dai).

venerdì 17 gennaio 2014

Racconti al ritorno da una foresta, un canyon, un deserto e un oceano{Francesco e l'America, la loro prima volta}

Non ho esitato un attimo quando ho pensato di cogliere al volo un'occasione e partire per gli Stati Uniti in tre.
E Francesco, senza nessun problema, si è caricato sulle spalle 12 ore di volo e 9 di fuso orario, 5000 kilometri e 10 hotel diversi in 10 giorni. 
Ha solo spalancato gli occhi vedendo aquile, cervi e leoni marini. Foreste infinite, canyon colorati e deserti di Cactus trionfanti. E noi con lui, senza riserve, abbandonandoci alla natura maestosa e imponente, grandiosa in tutta la sua bellezza. 
Un'esperienza magica, che io non dimenticherò mai. 
California, Nevada, Utah, Arizona, Messico e ancora California. La nostra grande madre, la Natura, ha saputo stupirci ancora. E la ringrazio, la ringrazierò sempre per avermi donato anche questo. Per averlo donato a mio figlio e ai suoi occhi innocenti e curiosi che meritano di continuare a vedere, sognare, scoprire. 
Senza fine.









lunedì 6 gennaio 2014

Stelle {live from the Grand Canyon}

Non riuscivo a dormire, dopo aver visto il Grand Canyon.
Lo avevo sognato tante volte ma, arrivando da giorni passati a visitare canyon e valli monumentali e creste di pietra dipinta, mi sembrava di non aver più spazio negli occhi e di stare per vedere un luogo come tanti altri. 
E invece ho pianto.
Non riuscivo a dormire, quella notte. Allora sono uscita e ho visto una distesa buia, nera, che faceva quasi paura, oltre il muretto basso che mi divideva dallo strapiombo. Peró c'erano le stelle, tante, infinite. E non erano solo in alto, arrivavano a toccare la distesa del canyon. 
Le vedevo davanti a me, senza sollevare la testa. 
Ho sorriso e mi sono commossa, come il pomeriggio prima, quando mi sono trovata il Grand Canyon davanti.

È passata poco piú di mezz'ora da quel momento e, ovviamente, non dormo. 
Ho dentro troppe stelle, come non ne avevo mai viste prima. 



lunedì 30 dicembre 2013

Io ho.

Mai come in questo anno mi sono sentita infinitamente felice di non avere piú vicino alcune persone. A prescindere dal male che possono avermi fatto, sono contenta di aver capito certi passaggi, di avere imparato ad andare oltre le semplici apparenze.
Forse, se qualche anno (o mese fa) fossi stata la Paola che sono ora non avrei risparmiato delle parole seduta in quel bar con di fronte una ragazzina che mi stava mancando di rispetto. E magari non avrei nemmeno risposto a quell'email gentile ed educata in cui qualcuno sputava sentenze su qualcosa di infondato. Ed è ancora piú probabile che non avrei mai e poi mai appagato la curiosità di qualche povero pirla parlando di quello che mi stava succedendo dentro.
Vabbè, ormai è fatta. Ormai io sono io. E questo anno in cui ho preso il coraggio di mantenere le distanze non tanto dalle persone (adesso scelgo chi mi sta vicino) ma dai pensieri, è andato.
Mi luccica un dito ma anche il cuore, ho un bambino che suona il pianoforte, l'oceano nell'anima e nei progetti futuri. 

martedì 3 dicembre 2013

I sogni, secondo noi


Nella nostra casa ci sono molti oggetti: foto, gingilli, libri, lampade, scatole, un mappamondo, rubinetti turchi, un cucù, piante (che vivono e quindi non dovrei definirle oggetti).
Ogni anno, in questo periodo, si aggiunge il calendario dell'avvento, che di solito diventa qualcosa che si integra perfettamente con quello che già c'è in casa. Quello di quest'anno è stato appeso in cucina, tra la fila di lampadari che abbiamo sopra al tavolo. Dentro ogni sacchetto ho messo una caramella e un biglietto con un suggerimento per Francesco.

"Non avere confini, il mondo sarà la tua casa"
"Apriti agli altri con amore, alcuni ti tradiranno, altri di daranno tanto"
"Non giudicare nessuno, fai parlare le persone e cerca di capirle"
"Sii amico di tutti"
"Da tutti c'è da imparare, anche dai bambini"

E così via.
Non so quale peso avranno per lui queste parole, ora. So che le conserverò e gliele ricorderò di tanto in tanto, per essere sicura che si ricordi di essere umile e aperto ad imparare, scoprire, provare, andare oltre.
Tra la frasi, le mie preferite sono quelle che lo spronano a non mollare mai, ad andare dritto per la sua strada senza aver paura. E quelle in cui gli parlo dei sogni, dell'importanza che hanno nella sua vita, insieme alla magia. 
Una volta mi ha chiesto se esiste, la magia.
E io gli ho risposto con un biglietto appeso tra i lampadari della cucina. E' quello del 24 Dicembre.



Secondo Francesco i sogni sono importanti, bisogna cercare di ricordarseli ogni mattina e, se possibile, continuare a sognarli anche di giorno. "Fai bene", dico io. 
Per diventare sospettosi e cinici c'è tanto tempo. Per diventare persone tristi, ce n'è ancora di più. 

P.s. Anche questo mese vi segnalo quello che abbiamo creato io e Francesco nei giorni scorsi. Date un'occhiata qui, qui e qui. A presto. 

martedì 26 febbraio 2013

E quindi, caro Francesco

E quindi, caro Francesco, oggi ci ritroviamo in un gran casino, il giorno dopo lo spoglio dei voti. E' una situazione molto grave e la mamma è preoccupata.
Volevo solo dirti che quando ero piccola a Milano c' era la nebbia e la domenica si andava a teatro, con il tram. La macchina si usava meno ma in primavera si tirava fuori per andare a fare un pic-nic.
Mi ricordo il buio, però, perché alla fine erano anni in cui si aveva paura.
Posso dire quasi con certezza che invece tu non ricorderai questi come anni bui. Non hanno quel velo triste degli anni '70 e dei primi anni '80. Ma la serenità è ben diversa dal sentimento che imperversa in questo paese, caro Francesco.
Sai che spesso parlo di utopie, come quasi tutti i sognatori. Ma non dico bugie. E sono stanca di sentirmi fare promesse, di sentir parlare di scenari meravigliosi ma inarrivabili, di impegni che tanto nessuno prenderà.
Sono stanca per te, figlio mio. Perché io ti parlo di sogni ma non ti prendo in giro.

lunedì 27 agosto 2012

Agosto (magia di)

La parola d' ordine di questo agosto è stata "MAGIA".
La magia dei saltimbanchi sulla collina, delle lucine attaccate all' albero dei cachi, dei peperoncini rossissimi - abbinati alle espadrillas a righe di Francesco, della marmellata fatta con le nostre albicocche, della sera - prima del tramonto - davanti alle colline, di come la carta e la colla possano formare delle buste porta-caramelle ma anche di come un insetto possa convivere con una pianta grassa appeso al lampadario della veranda.
Dell' amicizia di tre bambini che hanno condiviso colazioni, pranzi, cene, letti, salti, palloni, corse, letture sui ragni e insetti del mondo, il film di Harry Potter prima di andare a dormire. E non hanno mai litigato.


p.s. quando Francesco è partito per il mare con il suo papà, io e il Moschettiere siamo partiti per un giro delle Alpi - dalla Slovenia alla Francia passando per Austria, Alto Adige, Dolomiti, Svizzera.
Vorrei raccontarvi presto di queste Stylish Alps, alla mia maniera.

mercoledì 25 luglio 2012

Passionalità

Sono una passionale. Ho ereditato da mia madre la poca diplomazia e il poco auto-controllo. 
Un po' sono cambiata, negli ultimi anni. L' impulsività rimane uno dei lati predominanti del mio carattere, ma succede anche che rifletta - magari anche un secondo dopo essere esplosa - e che sappia cambiare strada. O strategia (anche se non amo la parola "strategia", mi ricorda un gioco sporco).
E se a volte fatico a riconoscere la donna furiosa, irruente, che mi si presenta davanti e me ne vergogno, altre volte mi piaccio, in questa mia passionalità.

Due secondi fa ero al telefono con il Moschettiere e, visto che mi ha chiamata proprio mentre mi veniva l' ispirazione per questo post, gli ho chiesto se la parola "passionalità" esisteva davvero (a volte sì, faccio questo tipo di domande). 
Forse lui non si ricorda quando, un giorno estivo di tre anni fa, gli ho chiesto quale aggettivo avrebbe usato per descrivermi. Beh, lui ha risposto "appassionata". E io mi sono buttata dentro questa definizione con un tuffo di testa.

Il fatto è che anche lui è un passionale. Se ci fossimo conosciuti in un' altra epoca, secondo me saremmo stati una coppia di artisti stravaganti e squattrinati in giro per il mondo. Tipo due teatranti pieni di voglia di fare, creare, stupire. Passionali mangiatori di vita e di arte.
Ci vogliamo bene. Siamo un po' strani ma ci vogliamo bene.

In questi giorni in cui mia madre dorme da noi per aiutarci con Francesco, la vita non è sempre facile. Tre passionali in una sola casa.
Francesco, che dei quattro è quello più prudente - sia con le parole, sia con le azioni (ma, giuro, è mio figlio, anche se non si butta nelle cose, non mangia Nutella e non beve Coca Cola), osserva tutti dal suo posto a capotavola e poi, prima di dormire, mi fa domande strane sulla mia vita precedente alla sua nascita, su quello che mi piaceva e mi piace.
Mi chiede di elencargli i paesi che ho visitato. Si interessa all' India ma qualcosa mi dice che alcune foto scattate lì lo hanno un po' scioccato. Parla spesso di Istanbul. Gli è entrata dentro.

E poi riceve in regalo dalla sua fidanzata delle strane carte del supermercato con le immagini di ragazzini che si spacciano per cantanti, oltre ad una serie infinita di quegli orrendi bracciali di gomma dalle forme strane.
E' molto timido in pubblico. Questo lo ha preso da me. E non fa una cosa se non è sicuro di farla bene. Questo NON l' ha preso da me.
E' difficile infondergli sicurezza, in questo periodo fitto fitto di novità.
Ha deciso che da grande non farà più il supereroe o il calciatore, ma lo studioso. (!)
Il calcio, dice, continuerà ad essere una sua passione.
A me, per ora, basta che abbia capito che lui è libero e amato.
Libero e amato. Con tantissima passionalità, come ci amiamo tutti in questa famiglia.


giovedì 14 giugno 2012

Lascia che gli alisei riempiano le tue vele

"Tra vent' anni sarai più deluso dalle cose che non hai fatto, che da quelle che hai fatto. E allora molla gli ormeggi. Lascia i porti sicuri. Lascia che gli alisei riempiano le tue vele. Esplora. Sogna." 

Mark Twain
da "Cosa tiene accese le stelle", di M. Calabresi.

Ho letto questo libro in un giorno, con la schiena piena di brividi un po' per l' emozione che mi danno sempre i ricordi raccontati e un po' perché in tante frasi - come quella sopra - mi sono riconosciuta. Io, ossimoro vivente: nostalgica del passato e programmatrice di sogni.
Sono nata dopo 17 anni di un matrimonio felice, quando i miei genitori erano più che convinti di non poter avere figli e avevano improntato la loro vita a due, sommersi da vari interessi come il teatro, le uscite con gli amici e, soprattutto, i viaggi.
Essendo nata così tardi, quando i figli degli amici dei miei genitori erano già grandi, sono diventata presto la mascotte del gruppo e sono stata cresciuta da tante zie (in realtà amiche di mia mamma) che hanno riscoperto con me la gioia di riavere un piccolo cucciolo per casa. 
Durante la mia infanzia giocavo tutti i giorni in un cortile con almeno una quindicina di bambini e mia nonna Cecilia mi preparava pane, burro e zucchero per merenda. Di lei mi ricordo gli gnocchi che faceva la domenica, le urla dietro ai bambini che tiravano la palla contro la finestra e la merenda, appunto. Suo marito Andrea è morto prima che nascessi, lei quando avevo 13 anni. 
La nonna Luigina e il nonno Francesco abitavano nel paese di nascita di mia mamma, a due ore di distanza da Milano. Lui è morto quando avevo 6 anni, lei quando ero un po' più grande ma non abbastanza per ricordarmi poche cose di lei (quella più impressa nella mente è il profumo del suo bagnoschiuma, alle rose).
Forse sarebbero morti comunque prima che io diventassi grande, ma di sicuro il fatto di essere nata "tardi" ha contribuito a farmeli vivere poco.
Io mi ricordo, quando ero piccola e guardavo e riguardavo le foto, che mia madre mi raccontava solo sommariamente della sua famiglia: tante cose non le ricordava. E a me questo è mancato. Avrei voluto sapere di più di loro, cosa facevano durante il giorno, quali erano i loro piatti preferiti, come si vestivano, come erano il giorno del loro matrimonio. 
Forse è per questo che amo i libri che raccontano saghe familiari. E forse è per questo che ho deciso di lasciare questo diario a mio figlio. 
Magari crescerà come sua nonna, con la testa sempre avanti a guardare il futuro. 
Ma se sarà come sua madre, che ogni tanto si gira e cerca tracce e conferme del suo passato, ecco, allora gli sarà utile e lo apprezzerà. Nel dubbio, io scrivo.

E se tra vent' anni leggerà queste parole - scritte una mattina di giugno dopo aver letto voracemente il libro di M. Calabresi - forse avrà un motivo in più per lasciare gli ormeggi, esplorare e sognare (anche se spero che a quell' epoca lo avrà già fatto. Esattamente come sua madre - quella gran nostalgica sognatrice di sua madre).

domenica 3 giugno 2012

Essere amici in campagna

Essere amici in campagna vuol dire potersi dare appuntamento in un prato, rincorrere le oche, dare insieme l' erba alle pecore.
Essere amici in campagna vuol dire giocare a pallone senza i limiti di un muro di case, regalare una margherita ad una bambina ma poi snobbarla per andare a fare la pipì contro un albero insieme a tutti i maschi.
Essere amici in campagna vuol dire montare le tende e chiacchierare lì dentro fino a notte fonda, anche se il giorno dopo c' è il torneo di calcio.
Essere amici in campagna vuol dire svegliarsi per guardare due mongolfiere che passano, bere un bicchiere di latte seduti su una coperta buttata sull' erba.
Essere amici in campagna vuol dire sapere che i fiori, gli alberi, gli insetti, i frutti sono preziosi come sono preziosi i bambini. E gli amici.




lunedì 14 maggio 2012

Sogni di gloria

Un paio di settimane fa ho accompagnato Francesco ad una partita di calcio che la sua squadra faceva in trasferta. Tutti cuccioli di 5, 6, 7 anni con le maglie che facevano da vestito. Francesco era ancora in porta. 
Prima che entrasse in campo, gli ho detto di farsi fare goal più volte possibili; lui sa già tutto il discorso, non ho avuto motivo di specificare altro.
Una mamma si è voltata verso di me e mi ha detto: "Ma come? Noi dobbiamo vincere!"
"Signora, sinceramente non ambisco né a questa, né ad altre vittorie su un campo di calcio. Mi fa piacere se giocano bene, ma l' importante è che si divertano, no?" (la fiera dell' ovvietà).
Durante la partita questa signora si è sgolata, agitata, affannata perché la palla venisse passata a suo figlio e perché lui o altri segnassero. Credo che sia finita in pareggio. Dico "pareggio" per sentito dire, visto che non sono stata lì di certo a contare il numero dei goal (attività - quella del conteggio dei goal - severamente vietata dal Mister che, per fortuna, non ambisce a nulla, se non che i suoi ragazzi siano sereni e felici).
Quando i bambini erano negli spogliatoi io e questa mamma ci siamo ritrovate vicine. Mi ha detto che lei porta suo figlio a queste partita nella speranza che qualche procacciatore di talenti scovi suo figlio e lo faccia entrare in una squadra più importante; secondo lei questo sarebbe il primo passo per avviarlo ad una carriera che gli permetterebbe di guadagnare molti soldi. 
Accanto a lei - di fronte alla mia bocca spalancata per lo stupore e i miei occhi che non sapevano se credere che quella fosse una vignetta comica o una persona in carne ed ossa - c' era la figlia maggiore. Mi ha detto che lei avrebbe tanto voluto iscriversi all' università, ma che i suoi genitori non potevano/volevano a meno che lei non si fosse trovata un lavoro (cosa che era più che disposta a fare).
Sono andata via sconvolta e, una volta tornata a casa, ne ho parlato con il Moschettiere. Figuriamoci, lui già non sopporta il calcio - raccontargli questo episodio è stato come sfondare un portone aperto.

Passata una settimana, rivedo la signora - questa volta affiancata dal marito - agli allenamenti.
Il discorso cade su vari argomenti, tra noi e altri genitori presenti. Quando si arriva a parlare della crisi che stiamo attraversando (il più gettonato di sempre), il marito spiega che lui lavora a turni in una grande fabbrica vicino al nostro paese e alla fine dell' anno porta a casa meno di 18.000 euro. Sua moglie non lavora, cura i tre figli. Dice anche che vorrebbe che suo figlio intraprendesse la carriera calcistica perché non vorrebbe che vivesse quello che è costretto a fare lui.
Ora, tralasciando il discorso della cultura familiare, della pochezza di certe aspirazioni, del fatto che un figlio sormontato da queste responsabilità o diventa milionario o si sentirà un fallito tutta la vita...ecco, tralasciando tutto questo, io quella sera sono invece tornata a casa e non mi sono più chiesta: "ma questi due genitori come possono investire soldi negli allenamenti di calcio del figlio e non nella carriera universitaria di una figlia volenterosa e studiosa?". 
Mi sono invece chiesta: "chi sono io per giudicare?". 
Ho visto sempre i miei genitori lavorare e mio padre lo faceva anche da casa quando ha cominciato a stare male. Hanno fatto sacrifici, ma non è la stessa cosa. Ho lavorato durante l' università e ne sono stata più che felice (una delle scelte più azzeccate della mia vita), ma se anche non lo avessi fatto, non mi sarebbero mancati i soldi per comprare i libri o per mangiare. Certo, è stato un grande aiuto e mio padre era morto, non me la sentivo di pesare su mia madre. Ma qualcosa avevamo e lei mi ha chiesto tante volte di smettere di lavorare e dedicarmi esclusivamente allo studio. Alla fine ho mollato quando mi mancavano 6 esami. 6. Pazienza. Ho trovato il lavoro che mi sta dando da mangiare ancora adesso. Stop.

Chi sono io, quindi, per discutere sui sogni di gloria degli altri? Posso decidere di non frequentare queste persone perché non trovo che il mio pensiero sia allineato al loro (su questo argomento, ma probabilmente anche su altri. Probabilmente, ripeto), ma non posso giudicare i loro sogni e mi dispiace averlo fatto.
Proprio io, che sogno sempre.
I sogni non si toccano.

giovedì 12 aprile 2012

In sospeso tra sole e pioggia [I guantini da indossare in questi giorni]

In questi giorni sospesi tra sole, pioggia e risposte da attendere accendiamo la stufa, perché fuori è tornato il freddo di febbraio. Ma appena le nuvole si spostano, andiamo a bagnarci i piedi nell' erba che sarebbe da strizzare.
Non si può negare, vestirsi è un incubo. Chi avrebbe mai detto che le maglie pesanti non erano ancora da dimenticare fino al prossimo inverno? 
Per fortuna noi non lo facciamo mai. Abbiamo un armadio che contiene tutto, estate, inverno, autunno e primavera.
E poi un cassetto segreto dove io conservo i miei guanti. Non hanno molto spazio, poverini, perché sono in tanti: quelli ereditati da mia madre - a coste, colorati, abbinati ai calzini da montagna; quelli presi sulle bancarelle dei mercatini - a crochet, da sposa o in pelle, color avorio e infine quelli a cui non potevo resistere notandoli in una vetrina - con le borchie, da pilota, oppure semplici, ma fucsia.

In questi giorni non ne posso fare a meno. Quelli a coste di lana rimangono nel cassetto. 
Ma tutti gli altri - anche i lunghi manicotti che lasciano le dita libere ma calde - sono lì che mi aspettano all' ingresso, in una cesta temporanea, per essere abbinati alle maglie che ho voglia di mettermi per scaldarmi. 
E speriamo che venga presto il tempo di indossare quelli bianchi, a crochet (che tengo gelosamente custoditi nel mio cassetto segreto).



lunedì 2 aprile 2012

Racconti al ritorno da una città proibita, da una grande muraglia, da una cattedrale colorata

Quando ero piccola guardavo il mappamondo e sognavo di visitare ogni piccolo angolo della Terra. Crescendo, ho capito che 1) non è così semplice 2) se si vuole, come per tutte le cose, si può fare.

Pechino. Se non fosse per le migliaia di sputate in terra da parte dei suoi abitanti (e non), sarebbe la città più pulita che abbia mai visto. E se la città proibita fosse ancora proibita, beh, sarebbe un vero peccato. E ancora, se non fossi scesa dalla Grande Muraglia su un bob con il Moschettiere dietro che mi diceva di andare più veloce, ora non mi verrebbe da ridere. 
Anche pensando a Mosca, a quella meraviglia così decadente ed elegante, sorrido. Se non l' avessi rivista dopo 15 anni, non avrei ri-scoperto che i posti cambiano a seconda di quello che hai dentro quando ci arrivi.

In fondo, se non avessi comprato un aquilone cinese a Francesco, ora non sarei felice di questo maledetto vento.
E se non avessi mai creduto a tutto ciò in cui credo - forse - non avrei fatto, visto, sentito tutto questo. Non avrei ballato in un parco di Pechino con dei simpatici vecchietti. E molto, molto, moltissimo altro.











lunedì 19 marzo 2012

Le leggi della campagna e della città

Chi mi conosce bene lo sa: sono una campagnola. Anche quando vivevo in città (quindi fino a 4 anni fa), ho sempre desiderato scappare. Mi sentivo stretta, osservata. Sentivo che i miei semi meritavano qualcosa di più di un balcone su cui diventare fiori inquinati.
Il destino mi ha portata in un posto in cui poche persone vivrebbero. Perché un conto è trascorrere un week-end in campagna, staccare dalla frenesia, respirare aria buona. Un conto è vivere tutti i giorni i rumori del bosco, il ritmo della natura, assecondarla e accettare quello che regala. E quello che toglie.
Questa mattina il Moschettiere mi ha detto che una gallina è morta e un' altra sta morendo. Ok, sono galline. Ma per noi, gente di campagna, sono parte della nostra vita. Per noi questo è un problema. Come è un problema quando una pecora viene uccisa o i cinghiali cercano di entrare nel nostro terreno.
Chi mi incontra, spesso mi confessa a distanza di tempo che non avrebbe mai creduto che un tipo come me potesse sentirsi così legata alla terra, così vicina alla campagna.
Credo sia lecito, visto che mi presento con un look decisamente cittadino e lontano da quelle che sono le "regole" del posto, dettate dalla consuetudine. Ma la campagna è dentro di me. Anche quando, come ho fatto ieri, passeggio per Bebek, a Istanbul, e dico che uno dei miei sogni è vivere lì, aprire le finestre al mattino e salutare l' Asia...ecco, anche in quel caso penso che se davvero un domani potessi realizzare questo sogno, forse lo farei in parte. Mi staccherei dalla strada affollata sul Bosforo e cercherei una casetta di legno con un po' di terreno sulle colline che stanno dietro. E coltiverei fiori e dormirei all' ombra di un albero di Giuda.
Andrei a passeggiare per le vie di Beyoglu, ma poi correrei ad innaffiare l' orto.
Lo farei come ho fatto nei giorni scorsi, sentendo mia quella città, in compagnia di due care amiche. Respirerei la sua aria, l' aria di Istanbul, che mi piace (mentre non sopporto gli odori del cibo, ma questo è tutto un altro discorso) e poi, se passassero un po' di giorni, porterei le mie amiche nella foresta che c' è sul Mar di Marmara, andando verso i Dardanelli. Perché ho bisogno di alberi, verde.

Ormai ho imparato quali sono le leggi della campagna. E anche se le osservo - e a volte provo a contestarle - sui miei tacchi, questo non significa che le sottovaluti e che non mi senta pienamente parte di questo mondo.
Curarsi, selezionare una maglia con attenzione e sentire che un colore fa stare bene e un altro no non significa sapersi destreggiare solo all' interno di un negozio di vestiti o in una via trafficata piena di borse loggate. Significa volersi bene. E rispettare gli altri presentandosi con pulizia, ordine e dicendo loro: "questa è la mia personalità".
Ma questo, secondo me, dovrebbe essere parte di una legge, come dire, universale.
Di quello che abbiamo dentro ne parlano altre cose. Ne parlano le nostre parole, le nostre letture, i nostri sogni.
Le leggi della città e della campagna vanno oltre.
Per questo ora mi alzo, giro i miei tacchi alti e vado a vedere come stanno le mie galline (pensando che se avessi un piccolo terreno sulle colline dietro Bebek, nella mia amata Istanbul, sarei felice, forse. Ma forse non lo sarei come lo sono qui,in cucina, mentre guardo le colline e il bosco scrivendo un post).

mercoledì 14 marzo 2012

Mentre

Mentre i giorni passano veloci,

* Mi lascio trascinare da Francesco nella centesima (o centunesima) visione di "Harry Potter e la camera dei segreti";
* Riassetto il prato pulendolo dalle foglie schiacciate dalla neve solo poche settimane fa;
* Studio la natura da vicino e mi incanto;
* Corro. Corro. Corro;
* Mi faccio venire voglia di un cappottino leggero in panno beige;
* Faccio una puntatina nella mia amata Istanbul e quando torno già mi manca;
* Progetto di finire la coperta ad uncinetto che avevo iniziato e che voglio usare il prossimo inverno;
* Mi immergo nello studio del turco, un po' speranzosa e un po' demoralizzata;
* Non riesco a smettere di pensare che vorrei isolarmi con il Moschettiere per un giorno intero e parlare tanto, di più, sempre, come se fosse un fiume in piena;
* Guardo Francesco che vuole leggere, scrivere, sapere. E giocare tanto a calcio;
* Lo sgrido - forse troppo a volte - ma penso che lui debba vedere in me qualcuno che lo guidi con sicurezza e che non scenda (sempre) a compromessi;
* Mi rendo conto che è davvero un bravo bambino;
* Cerco di dare spiegazioni a certi perché;
* Ovviamente non ci riesco.

mercoledì 29 febbraio 2012

Per Rossella

Cara Rossella,
questa mattina abbiamo bucato due gomme, mentre il Moschettiere mi portava al treno.
Erano le 7 del mattino. Persi nel nulla, capirai.
Siamo stati ad aspettare 3 ore.
In quelle 3 ore ho letto la lettera che una professoressa di tuo fratello gli ha scritto.
Cazzo, se mi sono messa a piangere.
Posso dirti solo questo: che mi sono messa a piangere. E continuo a pensarci. A riguardare le tue foto. Mi dispiace, mi dispiace terribilmente. Io lo dico sempre, che non sono fatta per questo mondo. Perché non sono una realista, una cinica che riesce a spiegare certe cose, che le guarda da fuori e magari riesce a fare qualcosa. No, io sono un' idealista, una sognatrice romantica che spera e crede nel lieto fine.
Beh, sai cosa ti dico? Che io credo anche in questo lieto fine.
Lo dico sempre anche a mio figlio: "Il bene trionferà".

giovedì 12 gennaio 2012

Di fiori e di vestiti [quali sono i nostri strumenti?]

Non lo nascondo, prima di Natale ho attraversato un momento molto difficile (n.d.a.: francamente, mi risulta difficile giustificare la goduria di certe persone di fronte a questo).
*Momento difficile* nel mio linguaggio corrisponde a *la fine del mondo*. Tanto è vero che, con il senno di poi, mi rendo conto che il Moschettiere mi vuole proprio bene e che il suo sdrammatizzare, che mi fa anche tanto incazzare, alla fine mi salva.
Ma quanto è difficile. Se è vero che tendo spudoratamente e incontrollabilmente a creare tempeste in bicchieri d' acqua, è anche vero che ora mi auto-giustifico dicendo che quello che sono oggi, in questo preciso momento, è il risultato degli sforzi che ho fatto negli ultimi anni e delle salite che ho affrontato, un po' per scelta un po' perchè qualcuno mi ha portato su quella strada. Insomma, ci sono arrivata stanca a questo momento. Non sono una martire, per carità, ma per una come me che ha abitato nella stessa casa per 27 anni è stato facile accusare molto forte il colpo di qualche trasloco, tante tantissime parole (e non tutte felici) e di un definitivo e radicale cambiamento di vita, abitudini, aria. Colpo accusato, ovviamente, quando mi sono fermata.
La cosa che mi preoccupa, ma che mi rincuora allo stesso tempo (!), è che, come basta poco per farmi vedere la fine del mondo, basta altrettanto poco per farmi cambiare la prospettiva delle cose. Capita che sia stremata - non solo stanca - e, improvvisamente, ribaltando le idee nella testa, rinasco anche a livello fisico. Spesso non so giustificare come io riesca ad uscire da certi momenti, perchè credo di capirmi solo io.
Tante volte ci scherzo sopra e illudo me e gli altri che una sessione di shopping possa disinfettarmi le ferite. E invece, anche in questo, io sono strana. Certo, mi fa bene. Ma il mio rapporto con i vestiti è talmente naturale, istintivo, continuo, che non li ho mai visti come uno strumento o, tanto meno, una medicina.
Piuttosto, tendo ad affidarmi ai fiori. Perchè lì sono meno irresponsabile, mi affido ai manuali (e, a volte, alla sapienza popolare, in cui credo fermamente), calcolo i tempi, ragiono. In fondo, mi prendo cura di esseri viventi e sono figlia e suddita devota della nostra grande madre, la Natura.
Con i vestiti, invece, sono troppo diretta, sicura. So benissimo ciò che devo fare, non devo rendere conto a nessuno. E non mi basta comprarne uno - o dieci - per mandar via la tempesta che ho dentro. Preferisco sognare un' intera collezione  (e non mi basta nemmeno questo :D).

giovedì 26 maggio 2011

Donne moderne {e la ricerca della felicità}

Stando ai racconti di mia madre, mia nonna Luigina era una gran lavoratrice. Mio nonno Francesco era spesso fermo per il mal di schiena e lei, senza lamentarsi, aveva lavorato a turni in uno "stabilimento" (come dice mia madre) tutta la vita.
Nonostante fosse tollerante verso mio nonno (che spesso era seduto al tavolo mentre lei si occupava di tutto e che era anche stato sorpreso da mia madre bambina a baciare un' amica della nonna) e avesse lo spirito di sacrificio e di immolazione tipico delle donne di una volta, mi sento di poterla definire "moderna" per i suoi tempi.
Quando il parroco del paese le disse che 4 figli non erano abbastanza, lei gli rispose che quello era il numero che lei riusciva a mantenere e che non le interessava se per la Chiesa lei avrebbe dovuto metterne di più al mondo, come gli altri. Il discorso si era chiuso lì.
E quando mio zio la informò della separazione dalla moglie, lei tirò un sospiro di sollievo, essendo interessata al bene della sua famiglia e non a quello che gli altri avrebbero potuto dire di un figlio separato quando ancora le separazioni si contavano sulle dita di una mano.
Viveva comunque in modo semplice, senza pretese e io l' ho vista sempre sorridente.
Si profumava di rosa (e questo era la fragranza che avvolgeva il suo bagno), curava l' orto e aveva un' amica del cuore.

Mia madre può essere sicuramente definita una donna moderna, dalla mentalità aperta, dallo spirito combattivo, anche a difesa dei diritti lavorativi e civili delle donne (e non solo). Mi ha sempre parlato di quanto sia importante l' indipendenza per una donna, che sia ingiusto accettare le cose che non ci stanno bene e che si debba lottare per ciò in cui si crede (mettendomi nelle mani il suo stesso spirito ribelle che la faceva scappare di casa per andare a ballare da adolescente).
Per 38 anni ha amato il suo primo uomo - mio padre - ma quando lui è morto, ha tirato fuori le palle e ha deciso che nella vita fosse giusto pensare di continuare a meritarsi la felicità.

Un giorno, uno stilista con cui lavoravo mi ha fermata e mi ha detto: "tu sei una donna talmente femminile e all' antica che dovresti sempre portare tacchi e chignon".
D' istinto mi sento meno moderna di mia madre e mi definisco una donna all' antica per tante mie piccole abitudini quotidiane e per il mio stile di vita, ma il confine non è così netto. Non sono una donna capace di abbassare la testa e accettare qualsiasi cosa, ho lottato per deviare il mio destino verso quello che io volevo, sono indipendente. E ho persino un blog :D
Però non ho ereditato la costanza di mia madre, che a settantun anni, è ancora una lottatrice. Anzi, in questo momento, sento proprio di non avere più la forza di credere in certe cose. Vorrei avere un carattere remissivo, vorrei avere pazienza. E non vivere sempre con il fiato sospeso tra i sogni, gli ideali, l' indipendenza, il rispetto, la lotta.

Mio padre mi diceva sempre: "Non si deve mai andare a dormire se prima non è stato chiarito qualsiasi malinteso della giornata trascorsa. Perchè la vita è fatta non di grandi ideali, ma di piccoli dialoghi, piccoli accenni, piccole cose".
È per questo che io mi nutro di parole, petali, boschi, pomodori dell' orto, stelle viste da un telescopio, occhi di Francesco, mani del Moschettiere.
Poi, però,(mannaggia a me) alla fine della giornata, è più forte di me: sento il bisogno di scalare la montagna degli ideali.


E comunque oggi porto la coda di cavallo e un paio di ballerine rasoterra.