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giovedì 23 giugno 2011

Una giardiniera in borghese

In questi giorni gioco a fare la giardiniera tra una terrazza affacciata sulla via più ricca di Milano e il mio orto.
Di giorno saluto, sorrido, ringrazio, vendo, guardo servizi fotografici affacciata su una fioriera riempita di fragole che curo non appena ho una pausa. All' alba e al tramonto innaffio, semino, strappo foglie secche e gramigna, raccolgo verdure, parlo, canto, penso.
Milano è l' altra faccia della mia vita.
Oltre le colline spuntano i piani alti.

Mi sento dire da lontano, da chi so che mi vuole bene: "nessuno è davvero felice", nemmeno chi pensa davvero che la vita sia un abito impeccabile indossato pasteggiando a culatello e parmigiano e fragole e vino. Un po' quello che ci diciamo tutti noi comuni mortali - credo.
E chi lo sa se è davvero così. Non importa (anche se io, ogni tanto, me lo chiedo).
Quel che importa è che io, quando finisco di lavorare e lascio i tessuti e gli ordini sul tavolo, attraverso zompettante tutta la via evitando che i tacchi incontrino i tombini, scendo le scale della metropolitana circondata da manifesti griffati, corro sulle scale mobili della stazione per non perdere il treno - che quello dopo parte tra un' ora - ci salgo, respiro affannosamente, mi rilasso sul sedile, mi riprendo, mi guardo intorno, leggo qualche riga - no, ora no - chiamo un' amica, parliamo di umanità o di libri o di noi, arrivo a destinazione, accendo una sigaretta camminando, avvio il motore e vado incontro alle mie colline, passo sul Po e ogni tanto ci butto dentro i biglietti che scrivo quando sono in crisi, passo tra le viti  e il grano e la lavanda, apro il cancello, giro la chiave nella porta di casa e mollo la borsa su una sedia al volo, prendo i miei attrezzi, i guanti - non sempre - salgo le scale di pietra che mi portano all' orto. E qui mi siedo. Un attimo. Dieci attimi. Quanto voglio.

Il lusso è la libertà di poter scegliere: se assaporare solo le fragole finte, grandi, belle, lucide o anche quelle piccole, sporche di terra, che sanno di zucchero, terra, succo rosso, mani.
Che ne sa certa gente del vero sapore delle fragole? Sembra scontato. Ma per me lo è per niente.


Fragole in Via Montenapoleone, Milano.

sabato 25 settembre 2010

bulbi e pumps

Mi sono svegliata con la voglia di bulbi. Non sono una da bulbi, io. Sono piu' una da semi. Ma da quando frequento questa zona, mi sono innamorata degli iris giganti che spuntano a primavera sui versanti delle colline.
Stamattina li ho tirati fuori tutti - anche quelli appesi al muro di mattoni del garage - convinta di metterli gia' a dormire sotto la terra. Ranuncoli, Iris, ciclamini, giacinti.
Ho pensato e ripensato guardando la hoya appesa al lampadario in veranda.
Poi ho deciso che fuori era troppo umido. Morivo di freddo.
Cosi' mi sono infilata un paio di skinny jeans, stivali vintage, un t-set grigio. E insieme a Nuket - la ragazza turca che ospitiamo in questi giorni - son partita alla volta di Milano.
Sempre di corsa. C' era un aereo da prendere.
E cosi', come mio solito, in pochi minuti ho acquistato quello che mi serviva ( ma anche no ) per la stagione: un paio di pumps nere con tacco 15 cm ( Il dottore mi ha detto che mi fa bene indossare i tacchi prima dell' operazione. Giuro. E comunque per me e' come andare in giro a piedi nudi ), un paio di stivali in suede beige scuro alti fin sopra il ginocchio ( quelli che fan zoccola chi non li sa portare ), un paio di pantaloni color senape, larghi, morbidi e un top di seta verde ( beh, questo non era cosi' necessario, ma io compro quasi sempre qualcosa di verde ).
Una fermata in edicola per comprare "Gardenia" di Ottobre.
E ora un bicchiere di vino con il Moschettiere e Maurizio. Dobbiamo consolarlo un po'.
Questa casa e' un porto di mare, non siamo mai soli.
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Ho voglia di andare a sdraiarmi sul letto a leggere di rose.
I miei fiori e le mie scarpe mi fanno impazzire. Mai quanto Francesco e il Moschettiere, ma mi fanno impazzire.

mercoledì 15 settembre 2010

le nostre notti

Non so a che ora:

"Amore, sono tornato"

"Ok"

Dopo non so quanto tempo da non so che ora.

Paola ha sognato qualcosa di indefinito. E' agitata.

"Sei arrivato?"

"No ... "

"???"

Ore 4.

"Mamma???"

"Dormi amore, è notte"

"Ma io voglio coccolare!!!"

"Non ce la faccio amore, ho troppo sonno. Davvero. Vieni nel mio letto, TI PREGO."

Francesco viene nel lettone. Non dorme. Dopo qualche minuto dice di non volere stare lì e di voler dormire nel suo letto ( L' unico bambino al mondo? Forse. )

"Mammaaaaaaaaaaa"

"Amore, ti giuro, ho troppo sonno. Non ce la faccio"

"Ma ti devo dire una cosa!"

"Dimmela da lì"

"No, vieeeeeeeeeni."

Paola si alza trascinandosi sul pavimento. Si siede sul letto di Francesco.

"Volevo farti vedere che le stelline sono tornate. Vengono fuori con il buio"

"Che bello. Bene. Son contenta. Adesso dormi. STO SCLERAAAAANDO!!!"

"Buona notte mamma"

"Buona notte amore. Ti voglio bene"

Ore 4,30.

Sveglia. Il Moschettiere ha l' aereo per Parigi. Va in fiera. Io il solito treno per Milano.

domenica 17 gennaio 2010

al chiar di luna - pesantezze tra le luci dello showroom e la nebbia di Milano

sì, lo so, è giorno, non c' è la luna.
e io sono in showroom: un' altra campagna vendite, un' altra presentazione alla stampa, un' altra sfilata, un' altra sfilza di persone pretenziose da accontentare.
quanto mi è diventato stretto questo mondo di stracci? quanto poco mi interessa porgere un capo parlando della mano pregiatissima del tessuto di cui è fatto? stare attenta all' etichetta, a come mi porgo, parlo, muovo, siedo?
domande retoriche ovviamente.
veramente anche prima non me ne poteva fregare di meno. però ero una ragazzina abbagliata dalla leggerezza di questo mondo, che arrossiva ad uno sguardo. e che amava fermarsi a sistemare la collezione fino a mezzanotte e, come se fosse mezzogiorno, girava a piedi nudi per lo showroom mentre gli stilisti mettevano Barry White e ballavano.
ora invece, chiusa in questa gabbia dorata, alla donna che sono oggi, sembra di stare al chiar di luna. troppe preoccupazioni. troppi pensieri per poter stare sulla superficie di questa tavola imbandita di leggerezza. troppi affetti a casa. troppa volgia di stare con Francesco oggi che è domenica. troppe immagini di sofferenza estrema che da un oaio di settimane albergano nella mia mente.
troppe menate per riuscire a vedere che fuori è giorno. oggi ho l' impressione di uscire e vedere la luna.
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Milano questa mattina sembrava più bella del solito. L' ultima volta che ci sono venuta, settimana scorsa, ero reduce dall' India e in preda all' influenza vomitina, e l' ho attraversata per presenziare alla presentazione stagionale della mitica collezione.
vabbè, dire che ero presente è una parola grossa. sono arrivata come un automa e in preda ai conati mi sono trascinata fino ad una sedia. da qui ho fatto violenza su me stessa per scrivere tutto quello che si stava dicendo perchè penso di non aver capito il senso di una sola parola da quanto mi sforzavo di non vomitare in faccia al direttore commerciale.
ah, la moda. ah, Milano.
la città in cui sono nata. e che un po' ho rinnegato.
ma l' ho fatto per lasciar spazio alla campagna, che già premeva nel mio cuore per allargarsi dentro di me.
il Moschettiere, poi, con un colpo di spada ci ha messo un secondo per portarmi nel suo mondo. di prati, boschi, fiori. di un cielo che a Milano te lo scordi. perchè è pieno di stelle.
e poi la luna. quella luna che solo pochi giorni fa guardavo dal cortile di un haveli ai confirni del Rajastan.
ci mancava anche l' India. che già pensavo poco io.
Mamma quanto sono pesante oggi ... ( ci sono i clienti oggi che fanno a gara per lavorare con me, da quanto ho la faccia simpatica e accogliente ).
Al chiar di luna
Calma, calma questo cuore agitato
tu, notte tranquilla di luna piena.
Troppe gravi preoccupazioni,
più e più volte gravano sul mio cuore.
Versa tenere lacrime
sopra brucianti pene.
Con i tuoi raggi argentati,
portatori di sogno e di magia,
morbidi come petali di loto,
o notte, vieni, accarezza
tutto il mio essere
a fammi dimenticare
tutte le mie pene.
Rabindranath Tagore
p.s. nella foto cartello fotografato per le strade di Nuova Delhi

giovedì 24 settembre 2009

una ballerina, per caso

Capita che vada a prelevare al bancomat e aspetti il mio turno osservando la signora sull' ottantina che sta digitando i numeri sulla tastiera del bancomat.
Indossa un cappellino di lana messo di traverso sulla testa e orecchini rosa.
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Capita che questa signora si volti in mia direzione dopo aver terminato di prelevare, osservi la spilla che ho appuntato sull' impermeabile e legga la scritta in inglese con un forte accento americano.
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Capita che da lì parta una chiacchierata di 10 minuti in cui scopro che questa signora è un ex-ballerina di danza classica, sbarcata a New York nel 1951 e protagonista di spettacoli girati in tutto il mondo.
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Capita che mi perda per un attimo, dopo averla salutata ed essermi diretta verso l' ufficio, immaginandola sul palco vestita da Odette o Giselle, o radiosa sui marciapiedi della New York degli anni '50, mentre James Dean fa un provino alla CBS, Paul Newman si prepara a recitare "Lassù qualcuno mi ama" e Audrey fa colazione sulla 5a strada.
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A Milano si produceva, si produceva, si produceva.
E a New York si ballava, si ballava, si ballava.
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Che bello trovare un po' di Broadway sul Viale Umbria a Milano.

giovedì 18 giugno 2009

tramonti di prati e albe di città

Oggi ricomincio a lavorare dopo un paio di settimane di pausa.
Il primo ostacolo da superare è stato vestirmi, perchè quando sono in quel giardino io mi metto bella biotta ( cioè in costume, non pensate male. E' solo che mia zia Micheline non riesce proprio ad accettare la cosa e scuotendo la testa dice: "sei come tua madre" ... ).
Francesco è andato al mare con la nonna e ci starà due settimane. Tornare nel traffico milanese e pensarlo mentre nuota con i suoi braccioli mi riempie il cuore di felicità e tristezza insieme.
Poi mettere piede in showroom con le spalle ancora calde dal sole e scure di lentiggini, l' aria condizionata, il telefono che suona, gli appuntamenti da fissare, volti vecchi e nuovi da affrontare.
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Da questa vacanza ho imparato una cosa: che "Si è così profondi, ormai, che non si vede più niente. Soltanto l'intelligenza che sa essere leggera, può sperare di risalire."
L' intelligenza leggera, sottile, spensierata che ti porta su una collina fischiettando una canzone, a mangiare pane e salame e bere birra su un prato. Mentre il sole va giù e tu risali, ti rivesti, ti metti nella macchina calda e da brava milanese stai attaccato al culo di quello davanti e suoni il clacson, ti siedi alla scrivania e ti specchi nel monitor del computer.
Questa è la tua alba - il tramonto è andato, ma non dimenticato.
In un attimo sei consapevole che la leggerezza ti ha fatto vedere ogni cosa e goderne.
E sai che anche tuo figlio ha potuto farlo.


NORAH JONES - SUNRISE

venerdì 17 aprile 2009

il tempo, le distanze e le cose che si muovono in segreto

Ma nulla è costante. In segreto, lentamente, le cose si muovono. In meglio o in peggio. Basta aspettare.
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Belva Plain

Spesso nella mia vita ho desiderato la staticità. Spesso, ma non per lunghi periodi, solo per pochi istanti. Pochi istanti in cui ero convinta che stando ferma in un punto la felicità mi avrebbe raggiunto. Ma poco dopo, senza nemmeno testare questa teoria, la mia indole "avventuriera" mi riportava alla realtà, la mia realtà, quella di una bambina, ragazza, donna che ferma non sa stare, che non ha la pazienza di aspettare che le cose si muovano, in segreto, lentamente.
Nella mia vita ho sempre cambiato velocemente, per mia volontà o per caso ( o anche culo a volte ): ho deciso di sposarmi in dieci giorni e di assaporare questa felicità intimamente, su un' isola tropicale a cinquemila kilometri di distanza perchè mi sentivo libera e felice di avere un segreto; ho desiderato un figlio e solo dopo un mese ho visto le fatidiche due lineette colorarsi di rosa; ho voluto rendere partecipi i miei cari della gioia della creazione di una nuova famiglia organizzando l' evento in un solo mese allattando, svezzando e non dormendo ... ma ... quando ho deciso di lasciarmi tutto alle spalle ho aspettato troppo. E gli eventi mi hanno travolta troppo in fretta. Quel che erano le mie sensazioni di mesi sono state portate via in un istante in una stanza di tribunale che sembrava il salotto di Ronald Reagan. Così freddo, così preciso, così standardizzatamente americano ( lo so, lo so, capisco che non avrei potuto aspettarmi maschere africane appese alla parete o lampade vintage degli anni '50 comprate da "chiediallapolvere" ).


Tutti questi passi, questi scalini da salire sono stati accompagnati da persone diverse, che andavano, venivano, giravano intorno a me. Quasi mai le stesse nello stesso momento. O meglio, le stesse persone ma a distanze diverse.


Chissà come mai quando sei giovane e guardi "Sex and the city" sogni di vivere a New York ( quello anche adesso, tutta la vita ), avere tre amiche con cui andare a fare shopping, fare lunghe colazioni, raccontarsi del sesso della notte prima e farti accompagnare ovunque, ad una visita medica, in ospedale perchè hai le doglie, in tribunale perchè ti stai separando.

Ma poi cresci e ti rendi conto che già abitando nell' hinterland milanese parti svantaggiato e il sesso è molto più deludente di quanto avessi immaginato da adolescente e non hai di certo voglia di raccontarlo la mattina dopo.

E poi le grandi svolte della tua vita, che decidi di vivere da sola, perchè ti senti forte, perchè spiegare quello che provi è troppo complicato e ti vergogni anche a pensarlo, perchè le distanze sono cambiate, le pedine si sono spostate, perchè salire i gradini del tribunale da sola è quello che ti serve in quel momento per trovare la forza.

Non è come in "Sex and the city", no. Dove le quattro amiche buttano fuori tutti i loro sentimenti davanti alle frittelle della colazione.

E' vero, le mie amiche, a distanze diverse, ci sono sempre state. Mi hanno capita nel mio strano modo di essere, quando mi sono sposata in segreto, quando ho gridato a gran sospresa di essere incinta ( nessuno se l' aspettava visto che Francesco è stato concepito tra un viaggio in Sud Africa e un altro in Brasile ), quando mi sono "risposata" e l' ho dichiarato talmente poco tempo prima che loro, le mie testimoni, non sono nemmeno riuscite a trovare un abito uguale come avevo chiesto e ...
e quando ho deciso di affrontare da sola il buio dei miei dubbi.
Le mie amiche ci sono. Ci sono come c' erano allora.

Se Marta mi ha truccata al mio matrimonio, Laura mi ha sgridata perchè "non potevo andare in chiesa a piedi" o, ancora peggio, senza calze; se Marta mi ha piazzato in faccia la cruda realtà tante volte, Laura mi ha suggerito di guardare solo l' amore e di non soccombere mai se c' è quello e solo quello; se Marta mi ha accompagnato spesso per mercatini vintage, Laura ha scoperto con me la Milano degli anni '90 e le sue discoteche che a noi sedicenni volevano dire di no; se Marta mi regala una lettera, Laura mi regala una telefonata; se Marta aspetta di prendere l' aereo per andare dal suo amore lontano, Laura aspetta a casa il suo centauro; se Marta l' ho conosciuta perchè all' esame di Russo I aveva degli stivaletti davvero belli, Laura era la mia amica dei week-end da diciottenni a Iseo con la maglia comprata assieme e la foto con le mani sotto al mento. Forse l' unica foto in cui sorrido, mannaggia ai miei zigomi.

Anche adesso si trovano a distanze diverse da me. E mi dicono cose diverse, guardandomi e parlandomi diversamente.

In segreto, lentamente, ci muoviamo e ci giriamo intorno, come ciò che ci succede. Nel frattempo altri uomini, altre amicizie, altre storie si affacciano sulle nostre vite. Staremo a vedere.

Una cosa però lasciatemela dire ragazze: come testimoni portate proprio sfiga. Anche a causa vostra ora mi ritrovo ad improvvisare sedute di yoga ( seeeempre e solo nella posizione dell' albero ) e bordi di lenzuolini al punto croce.

Adesso che mi ci fate pensare, anche le amiche di Carrie di "Sex and the city" le hanno portato una gran sfiga al matrimonio. Ma poi l' hanno accompagnata in una rimediata "luna di miele" in Messico. Beh, siete in debito di un viaggio. Dai, Lou, tu sei anche nel settore ...
Vi voglio bene, ragazze.

giovedì 26 marzo 2009

mattine milanesi


Chi vive Milano tutti i giorni non può capire certe cose. Milano uno ce l' ha nel DNA e chi non ce l' ha fa fatica a digerire i suoi ritmi, i suoi rumori, i suoi gesti. Per chi ha un DNA diverso è inconcepibile regalare così tanto del proprio prezioso tempo ad una città che fagocita centinaia di persone al minuto e che è capace di bruciare infiniti istanti della tua vita nel percorrere solo poche centinaia di metri. Eppure per i lavoratori milanesi sfidare ogni mattina i mezzi pubblici - che siano essi metropolitane, tram, pullman, treni o filobus - è un fatto del tutto normale ma, a differenza di quanto si possa pensare, nessuno di loro guarda l' orologio, tanta è l' abitudine di dover affidare quotidianamente questi intervalli di tempo alla città.



Un po' perchè già mi sono rotta il naso una volta in bici grazie al fantastico pavé che regna sovrano per le vie del centro e un po' perchè ora mi sono trasferita un po' più in periferia, anche io mi adatto e trascorro ogni mattina un' oretta tra treno e filobus.




Ci sono giorni - e questo è uno di quelli - in cui durante il tragitto non riesci a tirare fuori l' mp3, un libro, il cellulare. Ci sono giorni in cui l' unica cosa che ti va di fare è osservare. Buttare un po' lo sguardo all' esterno e sentire la voglia di aggrapparsi a quel filo che segue i binari e chissà fin dove arriva, vedere come la campagna sia stata intrappolata dal cemento. Oppure guardare gli occhi di chi è seduto di fronte a te. E chiedersi se anche lui è infelice come te o se il solo fatto di essere su un filobus schiacciato da borse, gambe, voci, strilli, non implichi per forza un triste destino.




In giorni come questi arrivare in ufficio e leggere l' e-mail di un amico ti mette in crisi, se non sai dove andare. E allora pensi che forse la gente ha solo voglia di farsi trascinare fino al mare come una foglia sull' acqua, di farsi sorprendere dagli eventi della vita senza far fatica, senza sforzo; ma magari nel cuore avrebbe voglia di essere un salmone. Un salmone che lotta per arrivare alla meta, che non si accontenta di essere cullato dalle onde, ma deve, vuole contrastare la corrente. E rischiare.


Unirmi alla massa delle foglie che si fanno portare al traguardo, seguire quel filo sulla mia testa senza capire dove va non fa per me. Io sono decisamente un salmone, voglio afferrare quel filo e arrivare al mare con le mie forze. Anche se so che il mio destino è in qualche modo segnato. Ma non è detto.


Forse un salmone lo è anche l' uomo dagli occhi malinconici che mi è seduto di fronte ... e magari è solo un salmone triste come me.
Dai, amico, che stiamo arrivando.
foto scattata dall interno del treno di ritorno a casa, ore 18,40 circa.

lunedì 19 gennaio 2009

catwalks and freedom

La settimana della moda di Milano significa per me tanto lavoro. Diversamente da quanto si pensa, chi lavora in questo maledetto mondo di fuori i testa non trascorre queste giornate cazzeggiando tra una sfilata e l' altra o girando per le vie del centro pullulanti di giapponesi impazziti a fotografare tutto, modelli striminziti con le facce da bambini, curiose signore dai cappelli stravaganti.

Eh no, no e ancora no. Noi addetti ai lavori in questi giorni ce ne stiamo chiusi nei nostri show-room a scrivere ordini su ordini con i clienti che arrivano trafelati tra una sfilata e l' altra oppure organizziamo quella del nostro "brand" ( ooops, prima ho detto semplicemente marchio ) e diventiamo scemi a rincorrere giornalisti.
Ieri mattina, però, mi sono presa un' oretta di tempo e mi sono goduta una bella sfilata. Un intermezzo di adolescenti che sfilavano con aria malinconica, musica alta e gente affettata ( e non ho detto affrettata ... che poi ci starebbe bene comunque ).
Chi ha creato questa maison non c' è più, era famoso per i suoi colli e per le geometrie, tanto che era definito l' architetto della moda. Ora la collezione è disegnata da due giovani che a me piacciono molto.

Nel frastuono mi sono venuti in mente i fantastici anni '90, quando Milano era veramente la capitale della moda, quando noi adolescenti mangiavano pane e "Elle", quando Via Montenapoleone dominava Via Della Spiga, quando si andava a bere la cioccolata in Via Manzoni e a teatro in Piazza San Babila, quando la nebbia c' era ancora, ma non c' era la crisi, quando ci si gonfiava la frangetta, quando Versace era come un Dio, quando George Michael cantava questa canzone attorniato dalle uniche top-model che, secondo me, si possono definire tali. La classe non è acqua ...

mercoledì 10 dicembre 2008

... questo traffico fa pensare ... ( perchè già non lo faccio abbastanza )

E' vero, noi milanesi passiamo metà della nostra vita in macchina ... ore ed ore ad ascoltare la Pina e il Diego su Radio Deejay, a fumarsi una sigarettina, a cantare i Rolling Stones ... mentre si crea una sorta di Grande Fratello, eh sì, perchè diventa un rituale fermarsi allo stesso semaforo tutte le sere e vedere cosa sta guardando in tv la signora che è appena uscita sul balcone ad innaffiare i fiori.
E io, da buona rappresentante della mia "razza", ieri sera, come ogni benedetta sera, me ne stavo in macchina con la mia Radio Deejay, le guance di mio figlio fisse nella mente, l' occhio lungo nella casa illuminata al piano terra del palazzo al semaforo ... e i miei pensieri.
Quando si ha del tempo vengono in mente tante cose, troppe, vecchie, nuove, tristi, felici.
Ieri sera mi è venuta in mente una mia vecchia cara amica ... e l'ho chiamata. Ricordi lontani di quando la mia vita era totalmente diversa, di quando avevo altre priorità, altre preoccupazioni, altre speranze.
Ora è tutto diverso, quante cose sono successe, quante non tornano più, quanto ho riso, pianto, sofferto.
Spero che tu, amica mia, in questi mesi abbia pianto solo di gioia.