lunedì 14 maggio 2012

Sogni di gloria

Un paio di settimane fa ho accompagnato Francesco ad una partita di calcio che la sua squadra faceva in trasferta. Tutti cuccioli di 5, 6, 7 anni con le maglie che facevano da vestito. Francesco era ancora in porta. 
Prima che entrasse in campo, gli ho detto di farsi fare goal più volte possibili; lui sa già tutto il discorso, non ho avuto motivo di specificare altro.
Una mamma si è voltata verso di me e mi ha detto: "Ma come? Noi dobbiamo vincere!"
"Signora, sinceramente non ambisco né a questa, né ad altre vittorie su un campo di calcio. Mi fa piacere se giocano bene, ma l' importante è che si divertano, no?" (la fiera dell' ovvietà).
Durante la partita questa signora si è sgolata, agitata, affannata perché la palla venisse passata a suo figlio e perché lui o altri segnassero. Credo che sia finita in pareggio. Dico "pareggio" per sentito dire, visto che non sono stata lì di certo a contare il numero dei goal (attività - quella del conteggio dei goal - severamente vietata dal Mister che, per fortuna, non ambisce a nulla, se non che i suoi ragazzi siano sereni e felici).
Quando i bambini erano negli spogliatoi io e questa mamma ci siamo ritrovate vicine. Mi ha detto che lei porta suo figlio a queste partita nella speranza che qualche procacciatore di talenti scovi suo figlio e lo faccia entrare in una squadra più importante; secondo lei questo sarebbe il primo passo per avviarlo ad una carriera che gli permetterebbe di guadagnare molti soldi. 
Accanto a lei - di fronte alla mia bocca spalancata per lo stupore e i miei occhi che non sapevano se credere che quella fosse una vignetta comica o una persona in carne ed ossa - c' era la figlia maggiore. Mi ha detto che lei avrebbe tanto voluto iscriversi all' università, ma che i suoi genitori non potevano/volevano a meno che lei non si fosse trovata un lavoro (cosa che era più che disposta a fare).
Sono andata via sconvolta e, una volta tornata a casa, ne ho parlato con il Moschettiere. Figuriamoci, lui già non sopporta il calcio - raccontargli questo episodio è stato come sfondare un portone aperto.

Passata una settimana, rivedo la signora - questa volta affiancata dal marito - agli allenamenti.
Il discorso cade su vari argomenti, tra noi e altri genitori presenti. Quando si arriva a parlare della crisi che stiamo attraversando (il più gettonato di sempre), il marito spiega che lui lavora a turni in una grande fabbrica vicino al nostro paese e alla fine dell' anno porta a casa meno di 18.000 euro. Sua moglie non lavora, cura i tre figli. Dice anche che vorrebbe che suo figlio intraprendesse la carriera calcistica perché non vorrebbe che vivesse quello che è costretto a fare lui.
Ora, tralasciando il discorso della cultura familiare, della pochezza di certe aspirazioni, del fatto che un figlio sormontato da queste responsabilità o diventa milionario o si sentirà un fallito tutta la vita...ecco, tralasciando tutto questo, io quella sera sono invece tornata a casa e non mi sono più chiesta: "ma questi due genitori come possono investire soldi negli allenamenti di calcio del figlio e non nella carriera universitaria di una figlia volenterosa e studiosa?". 
Mi sono invece chiesta: "chi sono io per giudicare?". 
Ho visto sempre i miei genitori lavorare e mio padre lo faceva anche da casa quando ha cominciato a stare male. Hanno fatto sacrifici, ma non è la stessa cosa. Ho lavorato durante l' università e ne sono stata più che felice (una delle scelte più azzeccate della mia vita), ma se anche non lo avessi fatto, non mi sarebbero mancati i soldi per comprare i libri o per mangiare. Certo, è stato un grande aiuto e mio padre era morto, non me la sentivo di pesare su mia madre. Ma qualcosa avevamo e lei mi ha chiesto tante volte di smettere di lavorare e dedicarmi esclusivamente allo studio. Alla fine ho mollato quando mi mancavano 6 esami. 6. Pazienza. Ho trovato il lavoro che mi sta dando da mangiare ancora adesso. Stop.

Chi sono io, quindi, per discutere sui sogni di gloria degli altri? Posso decidere di non frequentare queste persone perché non trovo che il mio pensiero sia allineato al loro (su questo argomento, ma probabilmente anche su altri. Probabilmente, ripeto), ma non posso giudicare i loro sogni e mi dispiace averlo fatto.
Proprio io, che sogno sempre.
I sogni non si toccano.

17 commenti:

mogliemammadonna ha detto...

Hai ragione, mai giudicare se non si conoscono a fondo le storie degli altri.
I miei hanno fatto sacrifici enormi per farci studiare e tre figli su 4 alla fine ci siamo laureati. Mi sono vestita con abiti usati per non so quanti anni. Da quattro anni ho un lavoro da dipendente e pensavo di essere uscita dal tunnel... e invece... sto tornando indietro e i soldi non ci sono più di nuovo. Ma se i miei figli vorranno studiare, farò l'elemosina pur di fargli fare l'università.

bismama 2.0 ha detto...

Sono d'accordo sul fatto che i sogni non si posano toccare ma quei sogni non erano "puri". Erano (sono) sogni sporcati dal sacrificio e dalla paura della crisi. E questi sogni non sono "sogni" per come li intendo io.
Nonostante questo neanche io mi sento di giudicare queste tipologie di sogni ai quali spesso ci si aggrappa per riuscire ad andare avanti avendo ancora fiducia nel futuro. È triste però.

PaolaFrancy ha detto...

Anche io chiederei l' elemosina per far studiare mio figlio. Per questo quel discorso sulla figlia grande mi ha lasciata senza parole.
È vero, hai ragione Bis, il loro non è un sogno puro. Perché è giusto aspirare che un figlio trovi la sua strada e stia bene anche economicamente, ma trasmettergli il fatto che potrebbe farlo senza fatica (o quasi) puntando tutto su una professione dove non conta solo il talento, ma anche la fortuna, significa rischiare di grosso che tutto questo non si avveri e che questo figlio abbia frustrazioni enormi. Quando ho sentito parlare il padre, però, ho realizzato che odi talmente tanto il suo lavoro per i sacrifici che fa in cambio di poco, che il minimo che possa sperare è che suo figlio non faccia lo stesso. Ci sono tante strade, è vero. Ma forse la sua cecità di fronte a queste è data proprio dalla "disperazione".
È comunque triste, molto triste, davvero.

Paola ha detto...

Non c'è niente di male nel dire a un figlio lavora e studia, inizierà così a crescere e a farsi le ossa. Non sono più i tempi per permettersi di mantenere uno o più figli per 20-30 anni. Andare a chiedere l'elemosina non è un bell'esempio per il figlio che potrebbe pensare che siamo disposti a tutto pur di fargli fare la vita che sceglie, a parte che oggi nessuno farebbe elemonsine. Ma è solo la mia opinione. Paola

lucyinvacanzadaunavita ha detto...

Ho insegnato un anno, italiano in una prima media. Avevo un alunno che era bravo a nuotare. Il padre, ambulante, riversava su di lui tutte quelle aspettative di successo che la vita non gli aveva riservato, costringendolo a sacrifici più grandi di lui: niente gite perchè se si fosse fatto male non avrebbe potuto gareggiare, niente feste e pomeriggi a casa di amici perchè c'erano ore di nuoto e compiti di scuola.
Mi si stringeva il cuore a pensare a quanto questo ragazzino stava perdendo per un futuro non certo. Sperare per un figlio un futuro diverso da quello, faticoso, in cui uno può vivere è lecito, costruire a un figlio un futuro come lo si ha in mente noi, senza tenere conto del figlio stesso è aberrante. Per questo spero che la mamma e il papà che hai incontrato possano essere aiutati a capire che la felicità e la realizzazione per i propri figli può partire da strade diverse rispetto a quello che hanno in mente loro: l'università della figlia, ad esempio. E spero di non incorrere mai nel grande errore di imporre ai miei figli una strada solo perchè risponde di più alla logica del riscontro economico o di negarne un'altra per lo stesso motivo....
Evviva il tuo piccolo portiere! (sono mamma di un portiere in erba)
Buona settimana :)

PaolaFrancy ha detto...

@paola: certo, anche io, se non avessi le possibilità di mandare mio figlio all' università, gli direi di trovare un lavoretto e contribuire. Il punto qui è diverso: questa famiglia sta investendo i pochi soldi che ha per far frequentare al figlio di 7 anni (sette!) un corso di calcio e non intende investirne nell' università per la figlia, che è davvero desiderosa di studiare (ed è diligente, bravissima a scuola, a detta dei genitori stessi).
Sinceramente, se avessi dei soldi contati a disposizione, preferirei usarli per lo studio dei miei figli, non per altre strade che non sanno nemmeno dove portano, tra l' altro, e rischiano di generare falsissime aspettative nei ragazzi.
A me dispiace, cmq, averli giudicati, perché ho capito che tutto questo deriva, oltre che da un background probabilmente di un certo tipo, anche dalla disperazione di una famiglia che non riesce ad arrivare alla fine del mese ed è arrivata al punto di sperare che il figlio si faccia molti soldi giocando a calcio....
@lucy: sabato, quando ho incontrato ancora questi genitori, l' ho buttata sul ridere...prendendo in giro la madre del bambino perché si affannava nella tifoseria. Non ho ripreso il discorso, ma spero di farlo quanto prima. Forse un confronto ripetuto con altri genitori faccia capire loro certe cose...

gloria ha detto...

Che belle riflessioni Paola.

Bello rimettere in discussione i nostri pre-giudizi, bello accettare gli altri come sono anche quando hanno degli sguardi spaventati.

Bello cambiare i nostri occhi perchè questo significa che anche gli altri occhi possono cambiare.

E -chissà!- magari dal confronto provare a mettere in discussione delle scelte che non sono proprio efficaci.

Penso che queste persone abbiano bisogno di un modo nuovo di guardare la realtà, di trovare delle soluzioni meno costose e più funzionali: vogliono davvero che il figlio non faccia un lavoro che non gli piace e lo distrugge? La strada non è certo quella della forzatura ma della costruzione di sè, dell'autostima, dello studio, della creatività.

I sogni sono diversi dalle fantasie: sono costruibili, trasformabili in obiettivi, modificabili ma non finti e artificiali.

Non so perchè ma mi tornano in mente le storie di Mario Calabresi in Cosa tiene accese le stelle: persone che partono da un livello basso, spesso bassissimo ma trovano una strada, la loro strada, per il loro grande sogno.

Ecco, magari fallo leggere alla figlia: il punto non è l'università ma il rispetto per i sogni di tutti.

Pellegrina ha detto...

E' una storia molto triste, è vero. E' lo specchio della distruzione di un modello di vita europeo che sembrava non si dovesse mettere più in discussione. Però qui stiamo parlando di "lavoro minorile" a 5-7 anni. Capisco contribuire al bilancio familiare, capisco lavorare mentre si studia, capisco le esigenze di chi ha poco o nulla (il mio bilancio non è migliore, ma non ho tre figli e non per caso), però qui ci sono bambini sottoposti a pressioni e aspettative di riscatto non loro, bensì dei genitori, a mio parere veramente eccessive e che davvero rischiano di danneggiarli parecchio e per sempre... magari a questo bimbo non importa nulla diventare una star del calcio... i sogni dei genitori devono valere più della sua possibilità di scoprire i suoi propri sogni?

luby ha detto...

Io invece giudico.
Giudico perche' e' da pelle d oca far credere a questo bimbo di essere un campione e se poi non lo sara'?
Che cosa avrai inculcato in quella testolina?
Che e' uno sfigato perdente?
Che la vita era solo pallone?
No
Tristezza immane.
La figlia?
Deve vivere anche lei sperando nel successo del fratello?
Boh...
Sognare e' lecito.
Ma ogni persona deve fare i propri fi sogni.
E' come se io fossi una mamma e volessi far diventare mia figlia una carla fracci...
Cosi' vivrei felice?
Io si, ha realizzato il mio di sogno , ma mia figlia chi mi dira' mai cosa ha avuto e cosa ha perso?
Non insegnero ' mai ai miei figli che per vivere devono diventare qualcuno.
Non insegnero' che i soldi sono vita.
No
Scusa ma io sono diretta, a quella mamma in faccia avrei detto?
Siete fusi di cervello o cosa?
Capito perche' ci sono file per i provini del grande fratello?
Per x factor?
E quelli che non ce la fanno cosa facciamo?
Li mandiamo alla corrida?
Suvvia!

PaolaFrancy ha detto...

In realtà credo che anche il figlio abbia queste aspirazioni. Che sia perché è affascinato dal mondo patinato del calcio o perché spinto dai genitori, questo non lo so. Ha solo 7 anni. E spero che sogni molto di più di così, che ogni giorno abbia un sogno nuovo.

@luby: sono d' accordissimo. Infatti di primo impatto mi sono scandalizzata e ho discusso con questa mamma. Anzi, ne ho parlato anche con altri genitori agli allenamenti successivi. Il punto, però, non è questo. Il problema che mi sono posta dopo aver sentito parlare il padre di questo bambino è: è la disperazione che rende ciechi? Che eclissa la bravura, l' impegno e la voglia di fare di una ragazza di 18 anni dietro la speranza che l' altro figlio (ripeto, di soli 7 anni) diventi un calciatore? Non penso che sia (solo) pura ignoranza. Credo che dietro ci sia qualcosa di più, e ancora più triste. È per questo che mi è dispiaciuto averli giudicati (e l' ho fatto pesantemente).
Mi piacerebbe che cambiassero idea, ma chi sono io per poterlo fare? Soprattutto quando mi sento dire che il padre di questo ragazzo si alza alle 4 del mattino per andare in fabbrica? Perché dovrebbe sognare che suo figlio facesse il dottore o il giardiniere, come desidero io?
Ecco, il punto è questo. Credo sia chiaro il fatto che anche io non condivida le loro scelte e sarebbe bello far capire loro tante cose, ma lo vorrei fare senza scavalcare quello che sono loro e rispettandoli, sì, anche nella loro ignoranza. Ma è davvero un' impresa titanica.

@gloria: mi segno subito il libro. Cerco di prenderlo prima che finiscano gli allenamenti, in modo da poterlo dare a quella ragazza. Merita di capire cosa tiene accese le stelle ;)

luby ha detto...

Tu dici
" chi sono io per?..."
Sei una persona che ha gli occhi aperti e ha visto gli occhi della loro figlia, cosa che loro non hanno fatto.
Ci fossero di persone come te!

Se hai modo di parlarci fallo.
Se sono cechi bisogna aprirglieli gli occhi.
Se sono sordi è un altro paio di maniche....
Mi spiace solo per quel bimbo, se non riuscira' quanto sara' forte il suo carattere per sopportare il peso di una delusione, sua personale e quelle delle aspettative della famiglia?

Il padre puo' sognare quello che vuole per il futuro di suo figlio, ma non deve forzare, non deve !
Anche mio padre si alzava alle quattro, lavorava solo lui, un solo stipendio.
Anche lui aveva dei sogni per noi, ma poi ha sempre fatto scegliere a noi i nostri nel limite e economico consentito.

La faccio lunga lo so, ma mi hai scatenato ;)
Proprio non riesco a non pensare a quella ragazza!
Ai suoi di sogni infranti...a quello che questa situazione possa portare al rapporto stesso tra sorella e fratello.
Scusa ancora ma io per queste cose mi accaloro e me le prendo a cuore!

minerva ha detto...

(se hai visto il commento di prima cancellalo pure, è venuto solo a metà)
Questi non sono sogni, né puri né "sporchi". Questa è una mezza speranza, alimentata dalla bravura (reale o solo percepita dai genitori, questo non lo so) del bambino a calcio. Sperano che, grazie al pallone, il bambino possa garantirsi un futuro più roseo di quello del padre che, questo non lo posso sapere, forse ha studiato ed si è ritrovato suo malgrado a far l'operaio ed è deluso dall'università, non so.


Queste devono essere (forse, perché odio ragionare per stereotipi) persone che vedono tutti i giorni un calciatore ben vestito, che dice "è stata dura, ma poi ce l'ho fatta". Probabilmente non è gente che concepisce che si possa anche studiare, diventare medico/avvocato/architetto/qualsiasicosa e che trova molto più conveniente investire su un bambino che forse l'anno prossimo il calcio l'avrà dimenticato piuttosto che su una figlia che studia. Assurdo, ma se ci si sofferma ad ascoltare la storia di queste persone si capisce di più il loro mondo, le loro idee, la loro testa.
Ed è quello che è successo a te, penso..
Minerva

PaolaFrancy ha detto...

@luby: non devi scusarti assolutamente...qui si può dire tutto ciò che si pensa.
Capisco la tua rabbia. Anche io l' ho provata e se penso a quel bambino mi viene ancora.
Però, come dice anche Minerva, ho ascoltato la loro storia.
Ti assicuro che non è tutto così scontato.
Io proverò a parlare ancora alla madre. Ma non posso entrare nelle loro vite e nelle loro teste.
Spero che cambi qualcosa, ma la vedo difficile..........

Francesca ha detto...

E' vero, i sogni non si toccano, tu sei molto saggia Paola. Ci sono molti calciatori che hanno fatto del calcio la loro vita, allenandosi con passione, sacrificio e tanta, tanta serietà. Non me ne intendo affatto ma penso a Maldini, o Del Piero. Persone da ammirare. Campioni veri nel calcio ce ne sono anche in tutti gli altri sport. Non bisogna tarpare le ali a un figlio che ha ambizioni sportive, ma è assolutamente sbagliato caricarlo troppo di aspettative. Io da mamma lascio libera mia figlia. Se vuole danzare, danzerà. Se preferisce ls pallavolo, ben venga. Se un giorno si sentirà di sacrificare amicizie e altri hobby per la sua passione, sarà liberissima di farlo. Ma non sarò certo io a spingerla verso quella direzione. Io da piccola avevo una passione immensa che ho portato avanti per tanti anni, rinunciando spesso a feste e uscite varie per allenarmi. Non sono diventata campionessa olimpica, ma non me ne sono mai pentita. Tornassi indietro, lo rifarei. Ho vinto, perso, pianto, riso, passato giorni indimenticabili, mi sono rotta un braccio e un ginocchio, contando i giorni che mi separavano dalla ripresa. Lo sport visto come passione è una grande cosa. Lo sport che diventa passione è il più grande sogno che un bambino possa portarsi dentro.
Se Francesco va volentieri e si diverte, questo è l'importante.
Io gli auguro di trovare una sua passione per la vita, che sia il calcio o il tennis o il bricolage, poco importa.
Un abbraccio.

Francesca ha detto...

Ho lasciato il commento sopra ma non credo di essermi firmata...scusami.
Francesca :-)

Pellegrina ha detto...

Non avevo visto i commenti sulla sorella. Mi sembra ancora più difficile non giudicare chi invece di favorire una ragazza che ormai ha dato prova di sapere e volere studiare vuole spingere così un bimbo per inseguire la fama e i soldi "facili" (e come la mettiamo con le porcherie che spesso assumono gli sportivi? io terrei mio figlio ben lontano da quell'ambiente a un certo livello pure per quello) senza darle, pare di capire, incoraggiamento né supporto. L'ignoranza non può scusare tutto (ci sarà magari anche un po' di maschilismo in quel padre?). Tantissimi operai si son alzati alle 4 tutta la vita, e hanno messo ai figli i cappotti rivoltati, ma le aspettative per loro erano altre.

PaolaFrancy ha detto...

@francesca: certo. lo sport, se vissuto con passione, è una cosa bellissima e istruttiva per un bambino/ragazzo. insegna a rispettare le regole, a giocare in squadra, a fare sacrifici, a perdere.
credo che questo bambino abbia la passione per il calcio, i suoi genitori non gli stanno imponendo nulla. il problema è che su di lui hanno delle aspettative che vanno ben oltre il fatto che per lui sia una passione. vogliono che lui diventi calciatore. è il loro sogno. ed è davvero pericoloso, soprattutto perché ci sta già rimettendo la figlia più grande. a lei viene negata la possibilità di studiare (a meno che non lavori, cosa che farà) perché i soldi servono per finanziare il calcio del fratello......non so, spero davvero che rinsaviscano in qualche modo...
pellegrina: lo so, hai ragione. avete tutti ragione. è solo che sentendolo parlare mi sono venuti tanti dubbi e mi sono chiesta se davvero posso dire che io non avrei mai queste aspettative se mi trovassi in quella situazione. penso di no, eh? però non posso averne la certezza. se c' è una cosa che ho imparato nella vita è che bisogna vivere le situazioni per dire come ci si comporterebbe...
come dicevo sorpa, spero davvero che questi genitori rinsaviscano. per il bene di tutti i loro figli. :)
grazie per i vostri commenti preziosissimi. mi fanno ragionare molto.
paola